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È allarme pesce
Un pianeta da difendere

La percezione sicura e definitiva di aver oltrepassato i limiti dello sviluppo, gli uomini non la trarranno dal surriscaldamento dell’atmosfera o dalla fine delle risorse, ma dall’esaurimento del pesce del mare. Oggi negli oceani resta solo il 10% dei pesci di grandi dimensioni di cui ci siamo abbuffati per secoli e merluzzi o tonni sono ormai condannati: non ce ne accorgiamo per via di un gigantesco processo di sostituzione che ha progressivamente variato il menu, ma non ci sono ormai più candidati al rimpiazzo. E la colpa è molto chiara: distrugge molto di più la pesca industriale che non l’inquinamento dei mari, visto che i pescatori raccolgono, ma non seminano, e che neppure l’acquacultura è esente da problemi ambientali irresolubili.

Gli animali del mare sono formidabili: guardiamo il tonno rosso, che ha addirittura sangue caldo ed è un organismo dalle prestazioni paragonabili a una fuoriserie. O l’Arctica islandica, mollusco che campa fino a 150 anni, mentre noi facciamo festa in tutto il mondo se qualche nostro esemplare arriva a 120. O i merluzzi del Grand Banks di Terranova, oppure le spigole e i delfini de La Manica o il pesce specchio: un patrimonio inestimabile di biodiversità che stiamo perdendo senza fare alcunché per arrestare la pesca industriale e i suoi rovinosi processi di cattura con reti che sconvolgono il fondo dei mari e depredano un patrimonio che è di tutti.

La domanda cruciale è proprio questa: di chi è il mare? È forse dei pescatori? La risposta è no, il mare è di tutti noi, ed è dunque da questa presa di coscienza che può partire la sua salvezza futura e un eventuale rilancio di una pesca compatibile con la debolezza dell’ecosistema. Davanti al fallimento della pesca moderna scientificamente guidata, davanti all’assenza di controlli seri, alla continua infrazione delle regole riesce difficile spiegare - a chi sul mare specula - che la pesca senza limiti, alla fine, non è remunerativa e regge solo per le sovvenzioni elargite da governi incapaci di mettere un freno e pianificare. Si avvicina il momento in cui si dovrà per forza vietare di pescare qualsiasi cosa dai mari.

Qualcosa però dovremmo fare pure noi consumatori, per esempio mangiare meno pesce e chiedere sempre da dove viene e come è stato pescato, perché in tutto il mondo gli uomini consumano - almeno per il 50% - “pesce nero”, cioè di incerta provenienza e comunque catturato fuori dalla legge. Ci vorrebbero più riserve marine e zone di ripopolamento per far ripartire l’ecosistema marino, ma è un assurdo cercare su questo il consenso dei pescatori: chiederemmo ai costruttori edili se una certa area può essere adatta a un parco? Se vogliamo evitare che il mare del futuro sia popolato solo da plancton e meduse questa è la strada, ma nessuno ha il coraggio di imboccarla.

Mario Tozzi
primo ricercatore Cnr - Igag e conduttore televisivo

Settembre 2006

Tratto da: http://www.consumatori.e-coop.it/portalWeb/consumatoriHome.portal?_nfpb=true&_pageLabel=consumatoriHomeDocumento&cm_path=%2FCoopRepository%2FCONSUMATORI%2FCoopItalia%2Fdocumento%2Fdoc00000033394


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