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Anche l'insalata soffre!?!


di Emanuela Barbero

Giustificare l'uccisione degli animali per nutrirsene sulla base dell'assunto che "anche i vegetali soffrono" equivale ad affermare che un animale e un vegetale soffrono allo stesso modo, cosa che invece non ha alcun fondamento scientifico, infatti un animale non può certamente essere equiparato ad un vegetale.

Da un punto di vista scientifico infatti questo sofisma non regge, poiché gli animali hanno un sistema nervoso (del quale fanno parte i nervi sensitivi muniti di recettori del dolore) in grado di percepire il dolore in maniera simile a come lo percepiamo noi umani. Nel caso delle "informazioni" riguardo al dolore che prova un animale, esse arrivano al cervello esattamente come accade per gli esseri umani, mentre nelle piante tutto questo semplicemente non può verificarsi, essendo esse sprovviste di sistema nervoso centrale.

Pertanto la tipologia delle loro "sensazioni" - anch'esse scientificamente dimostrate - non viene in nessun caso elaborata dal sistema nervoso (in esse inesistente), il solo in grado di tradurre queste stesse sensazioni trasformandole in effettivo dolore. La differenza "scientifica" tra animali e vegetali - e della loro conseguente reazione agli stimoli del dolore - è pertanto sostanziale ed inequivocabile.

La logica che, poiché anche i vegetali soffrono, giustifica il fatto di continuare a far soffrire e a mangiare assieme ad essi pure gli animali, porta conseguentemente ad accettare, sulla base dello stesso principio, il fatto che, poiché gli animali soffrono, è lecito che soffrano pure gli umani. E' una semplice questione di logica, appunto.

Gli animali (umani compresi), nel corso della loro evoluzione, hanno sviluppato sistemi come la fuga per sottrarsi agli attacchi e per evitare così il dolore (e di essere uccisi), cosa che le piante non hanno necessità di fare. Tant'è vero che dal punto di vista scientifico gli animali - così come l'uomo - sono considerati esseri senzienti (cioè in grado di "sentire" il dolore) a tutti gli effetti, mentre alle piante questo status è negato.

Un esempio estremamente banale della differente reazione alla violenza da parte degli animali rispetto alle piante, oltre alla fuga, è dato dal fatto che se ad un animale viene amputata una estremità essa non ricresce e l'animale resta pertanto menomato - spesso addirittura incapace di sopravvivere perché non più in grado di procurarsi il cibo. Al contrario, una pianta che subisce una potatura, anche consistente, diventa più forte e rigogliosa e non risente affatto delle "menomazioni" subite, traendone anzi giovamento. Non c'è dunque nessuna ragione logica né tanto meno scientifica per sostenere che il dolore dell'animale e del vegetale siano equivalenti: si tratta invece di un mero assunto capzioso che ha il solo fine di continuare a giustificare la violazione etica di fondo che l'animale uomo commette cibandosi degli altri animali, pur non avendo egli alcuna necessità di farlo per la propria sopravvivenza.

Inoltre, invocando la necessità e giustificando la liceità etica di cibarsi di animali per sopravvivere, si giunge inevitabilmente a giustificare implicitamente di potersi cibare anche di altri esseri umani.
E' il nostro senso morale che ci impedisce di farlo, non le leggi di natura da molti invocate e che invece giustificano il cannibalismo. E se il nostro senso morale ha contribuito enormemente al progresso della civiltà umana, non si capisce perché detto senso morale, nell'ottica di una civiltà umana più evoluta, non debba essere esteso anche agli altri esseri senzienti.

Del resto non va dimenticato che anche l'uomo appartiene al regno animale e nutrirsi di animali è assai più vicino al cannibalismo di quanto non lo sia nutrirsi di vegetali.

Mangiare la carne degli altri animali anziché quella umana è una differenza di grado ma non di genere e facendolo restiamo comunque molto più prossimi al cannibalismo che non cibandoci di vegetali.

Le più grandi conquiste della civiltà umana implicano l'estensione di nuove libertà e diritti: citiamo - ad esempio - quelli agli schiavi, alle donne, ai neri, agli omosessuali.

Pertanto, se si ritiene che l'etica sia uno dei pilastri fondamentali dell'evoluzione umana, si dovrà inevitabilmente giungere ad accettare ciò che è eticamente più corretto, e non soltanto ciò che ci fa piacere ritenere tale e che ci fa più comodo continuare a credere e a fare.


Vedi anche: Gli animali provano dolore?
 




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