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Fame nel mondo e modelli alimentari


Editoriale tratto dal quindicinale telematico sulle politiche dei consumatori, edito da Aduc - Associazione per i Diritti degli Utenti e Consumatori
N.10/2002 (Anno V) del 15 maggio 2002

Redazione: Via Cavour 68, 50129 Firenze - tel. 055290606 fax 0552302452 URL: http://www.aduc.it - Mailto: aduc.it@aduc.it



Fame nel mondo. Facciamo la carità... di mangiare meno carne!
di Annapaola Laldi

Da diversi giorni ho sotto gli occhi la petizione ( http://www.progettogaia.it ) che la “Global Hunger Alliance” (GHA) rivolge ai partecipanti al prossimo “Vertice mondiale sull’alimentazione: cinque anni dopo”, che la FAO terrà a Roma dal 10 al 13 giugno 2002, e che riporto anche in appendice.
L’ho firmata e mi piace segnalarla, perché è un testo molto lineare che chiede, in sostanza, una cosa sola, e, nell’argomentarla, fornisce implicitamente a noi, di questa parte di mondo che la fame non soffre, l’opportunità di soffermarci a riflettere sui nostri comportamenti.
Come mio contributo, fornisco alcune cifre e considerazioni che nell’appello sono date per conosciute, ma che forse non lo sono poi così tanto al più vasto pubblico, nel quale mi situo anch’io.
Traggo le informazioni da alcuni documenti ufficiali e soprattutto dal libro di Jeremy Rifkin Ecocidio (trad. di Paolo Canton, Mondadori, Milano 2001 - scritto però nel 1992), che, per il rigore della documentazione e lo stile avvincente della narrazione, dimostra come si possano ottimamente coniugare divulgazione e scientificità. A questo libro rimando, comunque, raccomandandone caldamente la lettura. I dati tratti da questo libro sono segnalati con il numero della pagina fra parentesi.

Soluzioni vere in grado di nutrire il mondo e preservare il pianeta

E’ in questa frase l’essenza dell’appello della “Global Hunger Alliance” ( http://www.globalhunger.net ).

A) Nutrire il mondo...

815 MILIONI erano, secondo stime FAO del 1996, le persone totalmente sottoalimentate del pianeta (di cui 11 milioni nei paesi sviluppati). Il “Vertice mondiale dell’alimentazione” di quell’anno pose l’obiettivo di dimezzare questa cifra entro il 2015. A distanza di 5 anni, la 27.a Conferenza regionale della FAO per l’America latina e i Caraibi, conclusasi all’Avana (Cuba) il 30 aprile scorso, fa sapere che tale programma per ora è fallito.

2-3 MILIARDI di persone sopravvivono con MENO DI DUE DOLLARI al giorno e di qui a venti anni l’umanità crescerà ancora di 2-3 miliardi di individui; questa la stima di Robert Goodland, un esperto della Banca Mondiale.

50 MILIONI circa sono OGNI ANNO I MORTI PER FAME o malattie correlate alla denutrizione.

15 MILIONI di BAMBINI sono vittime di patologie legate alla sottoalimentazione. Una stima dell’”Institute for Resource Development” valuta che il 40% dei bambini dei paesi in via di sviluppo sono afflitti dalla malnutrizione, la quale contribuisce per il 60% alla mortalità infantile in questi stessi paesi.

Di fronte a questa tragica situazione, la preoccupazione di chi ha esteso l’appello, è che, nell’urgenza di sradicare la povertà, la FAO non decida con chiarezza di incentivare l’autodeterminazione dei popoli nel settore agro-alimentare, favorendo soluzioni a basso costo, quali “la coltivazione sostenibile di vegetali per il consumo umano diretto”, che è anche più in armonia con i modelli alimentari tradizionali di quelle popolazioni. Sembra infatti che la FAO intenda dare anche “il suo sostegno ai programmi delle aziende multinazionali che si accingono a trasferire le operazioni di zootecnia industriale nelle nazioni a basso reddito e ad elevato tasso di malnutrizione”.
Ma questo sarebbe un terribile boomerang che aggraverebbe la tragedia della fame e, in più, metterebbe ulteriormente a repentaglio l’equilibrio del pianeta, già duramente provato, perché “le produzioni animali di stampo industriale richiedono, per unità proteica prodotta, un elevato impiego di suolo, risorse vegetali, acqua, combustibile in quantità ben maggiori rispetto alle colture per il consumo umano diretto”.
Gli unici risultati sicuri sarebbero dunque non la diminuzione della fame nel mondo, ma il suo aggravamento con l’aggiunta di un impoverimento generale e accelerato del pianeta a causa della diffusione dell’inquinamento e del degrado e desertificazione delle terre, e dell’esaurimento delle risorse naturali, fra cui l’acqua dolce.

E’, questa, una denuncia che si basa su molteplici dati, come vedremo fra poco, ed ha il pregio di fare un passo avanti nella chiarificazione del problema della fame nel mondo rispetto, ad esempio, al già citato documento dell’Avana del 30 aprile scorso, che sollecita i paesi sviluppati a mantenere l’impegno di devolvere lo 0,7% del PIL alla lotta alla fame, e, con le ONG, ricorda che “all’origine del flagello della fame non c’è la produzione insufficiente di alimenti, bensì la diseguale ripartizione delle risorse produttive e dei redditi”.
Il documento della GHA aggiunge e precisa: attenzione, la fame nel mondo non è una fatalità che si può risolvere solo con un maggiore esborso di soldi. La prima cosa da fare è evitare lo spreco delle risorse, nel quale ha una gran parte l’allevamento industriale degli animali -ovunque esso sia realizzato. E così, oltre che appello alla FAO, questo documento diventa, in realtà, anche un richiamo a ciascuno di noi: Per favore, per carità, riduciamo il consumo di carne!

Ecco alcuni dati sul costo della produzione attuale della carne, con l’avvertenza che, anche se volessimo farvi un po’ di tara, queste cifre si impongono a una riflessione.

1. IL RAPPORTO FRA PROTEINE VEGETALI E ANIMALI

Il 70% DEI CEREALI prodotti negli Stati Uniti viene utilizzato per l’alimentazione animale (U.S. Department of Agriculture -USDA-, Rifkin 185).

145 MILIONI DI TONNELLATE DI SOIA E CEREALI furono somministrate al bestiame negli USA nel 1974, ma solo 21 MILIONI DI TONNELLATE furono il ritorno sotto forma di carne e uova. Erano state così sottratte all’alimentazione umana 124 milioni di tonnellate di vegetali. L’economista France M. Lappé calcolò che il loro valore monetario sarebbe stato pari a 20 milioni di dollari. Se fossero state distribuite alla popolazione mondiale, avrebbero garantito UNA CIOTOLA di cibo PER OGNI ABITANTE per UN ANNO INTERO (Rifkin,186).

50 Kg. di PROTEINE sono la quantità che un animale cede a coloro che se ne cibano, ma, per crescere, esso ha consumato 790 CHILI di PROTEINE VEGETALI.

1 Kg. DI CARNE di un manzo all’ingrasso richiede 9 Kg. di mangimi (6 di cereali e sottoprodotti e 3 di fibra).

2. MANGIME PER ANIMALI ANZICHE’ CIBO PER GLI ESSERI UMANI

La diffusione dell’agricoltura industriale ha già portato da tempo nei paesi in via di sviluppo a incentivare la coltivazione dei cereali adatti più all’alimentazione animale che a quella umana, in vista soprattutto dell’esportazione.

Il 23% della terra coltivabile in BRASILE è utilizzata per produrre soia, metà della quale viene esportata. Da fonti FAO (1989) e brasiliane si viene a sapere che 1 ettaro di terra produce in media 1.200 chili di mais, che, coi fagioli neri, è uno dei cardini dell’alimentazione umana in quel paese. La conversione alla soia fa diminuire la produzione di mais (e di fagioli) e, corrispondentemente, ne fa aumentare il prezzo. I poveri diventano sempre più poveri e affamati.

1/3 dei cereali prodotti in MESSICO, paese in cui milioni di persone sono cronicamente denutrite, sono destinati all’alimentazione animale.

2/3 della terra arabile in CENTRO AMERICA, alla fine degli anni Settanta, era occupata da bovini o altro bestiame destinato, per lo più, ai mercati del Nord America (Rifkin, 218).

Più del 50% della superficie dell’AFRICA ORIENTALE, intorno al 1990, era riservata al pascolo di 23 milioni di bovini. E, in Etiopia, nel 1984, mentre morivano ogni giorno di fame migliaia di persone, gran parte dei terreni continuavano a produrre mangimi a base di semi di lino, cotone e ravizzone esportati in Gran Bretagna e in altri paesi europei (Rifkin, 188).

186 milioni di bovini (uno ogni 3 persone) sono la stima per l’intera Africa nello stesso periodo, mentre la produzione agricola di questo continente non è stata in grado per due decenni di rispondere al bisogno di cibo della sua popolazione umana (dato del “Rapporto sul nostro pianeta del World Watch Institute”, Isedi, Milano 1990).

Mentre la piccola agricoltura sostiene circa 100 PERSONE OGNI 3 kmq di terreno coltivabile, l’allevamento bovino tropicale, che è un settore a fortissima intensità di capitale, richiede UN SOLO addetto per 2.000 capi ogni 30 kmq; questa osservazione di Rifkin (172) sull’America centro meridionale penso che valga, più o meno, anche per l’Africa e per ogni altra regione del mondo. L’effetto sociale di tutto ciò è lo sradicamento della gente e la sua ricerca di una sopravvivenza altrove. E’ proprio strano che tanti extracomunitari vengano nell’Europa occidentale nella speranza di una vita migliore? Siamo sicuri di non avere proprio niente a che vedere con il loro impoverimento?

B) ... e preservare il pianeta

Oltre il 25% DELLE FORESTE DELL’AMERICA CENTRALE è stato abbattuto dal 1960 in poi per far posto a pascoli per le mandrie di bovini (219).

100.000 Kmq DI FORESTA AMAZZONICA sono stati abbattuti in BRASILE solo fra il 1966 e il 1983; il 38% di essi per far pascolare gli animali. Tuttavia, lo strato superficiale del suolo è sottile, contiene poco nutrimento e diventa sterile in 3-5 anni, e l’abbattimento della foresta continua…(222).

Quanto costa, dunque, in termini ambientali la nostra fettina di carne?

1 HAMBURGER ricavato da carni provenienti dal Centro e Sud America comporta la distruzione di circa 75 Kg di specie viventi (220).

1 Kg di bistecca bovina da allevamento intensivo si stima costi 35 Kg di strato superficiale di suolo eroso (232).

5 kg di carne bovina richiedono tanta acqua quanto il consumo annuo di una famiglia media (250).

1 kg. di proteine animali richiede, per la sua produzione, 15 volte più acqua di quella necessaria per la stessa quantità di proteine vegetali (250).

20 Kg. di sterco al giorno è prodotto da un manzo. Un normale allevamento di 10.000 capi ne produce quindi 200 tonnellate, pari alle scorie di una città di 110.000 abitanti (253).

½ kg. di carne bovina richiede, per la sua produzione negli USA, energia equivalente a 4 litri di benzina.

1.100 litri di combustibili fossili sono necessari per assicurare il consumo annuo di carne di una famiglia di 4 persone. L’anidride carbonica che rilasciano nell’atmosfera (2,5 tonnellate) è quanto emette un’automobile in 6 mesi di normale esercizio (256).

I BOVINI EMETTONO METANO, che è un potente gas serra. L’emissione di metano è responsabile dell’aumento del surriscaldamento terrestre nella misura del 18%.

1 miliardo e 300 milioni di bovini d’allevamento emettono circa 60 milioni di tonnellate all’anno, pari al 12% del totale di metano (257).

E per finire: ma tutta questa carne fa proprio bene a chi la mangia?

Il consumo di carne sta crescendo; il numero degli animali da allevamento anche. Nel 1989 (fonte FAO), i soli bovini presenti sul pianeta erano 1 miliardo e 280 milioni e occupavano, direttamente o indirettamente, il 24% della superficie terrestre.
Mangiar carne è ancora oggi, più che una necessità, uno status symbol a cui stanno diventando sensibili anche popolazioni di culture lontane dalla nostra, come i Giapponesi e i Coreani del Sud. Molte, però, sono le prove che al consumo eccessivo di carne, quale si riscontra fra la popolazione del Nord del mondo si può ricondurre l’insorgenza di varie patologie gravi che affliggono i paesi ricchi (infarto, tumori di diverse specie, diabete e altro). Ma l’abitudine e l’idea che la carne faccia bene sono difficili da mettere in discussione.
Non solo. Anche se negli ultimi 50 anni, l’immagine ideale della bellezza è passata dal grasso al magro, e si vanno moltiplicando i “centri benessere”, che promettono di far perdere i chili di troppo, gli Occidentali, in particolare, sono sempre più grassi. L’obesità, ormai, è un disturbo serio che interessa un numero sempre maggiore di persone, fin dalla più tenera età.
Certo, non è solo colpa della carne. Ma quest’ultima contraddizione, messa insieme a tutte le altre informazioni fornite prima, impone almeno una domanda. Sappiamo davvero quello che facciamo? Sappiamo davvero qual è il nostro reale interesse -nel senso più ampio del termine?
E se, come sembra, qualche dubbio è legittimo, perché non investigare meglio, personalmente, come stanno le cose?

APPENDICE

PETIZIONE INTERNAZIONALE ALLA FAO

(in italiano sul sito http://www.progettogaia.it ; in inglese sul sito http://www.globalhunger.net )

Alla FAO (Food and Agriculture Organization) delle Nazioni Unite

Chiediamo che nel prossimo Vertice mondiale per l'alimentazione (World Food Summit), che si tiene sotto l'egida della Food and Agriculture Organization (FAO), si risponda alle esigenze delle persone e non ai desideri delle corporazioni private.

Ci appelliamo ai partecipanti perché vadano oltre gli interessi nazionali e superino la logica del profitto per concordarsi su un insieme di soluzioni vere in grado di nutrire il mondo e preservare il pianeta.

Ci rivolgiamo al Direttore Generale della FAO perché faccia in modo che il World Food Summit risulti in una riunione democratica che favorisce tali soluzioni.

Domandiamo ai partecipanti al World Food Summit di tenere in considerazione i seguenti punti:

La fame, emergenza globale, potra' essere sconfitta solo da un uso più equo ed efficiente delle risorse mondiali e da un maggiore sostegno internazionale agli sforzi condotti dai paesi a basso reddito con deficit alimentare per riattivare modelli e pratiche agricole autosufficienti e sostenibili. Simili obiettivi non saranno assolutamente raggiunti con l'espansione degli allevamenti intensivi. spesso appartenenti ad imprese estere nei paesi a basso reddito che si trovano in deficit alimentare.

Nonostante la FAO sia gia' organismo promotore di un'agricoltura sostenibile e di coltivazioni rispondenti alle caratteristiche del territorio, risulta pericoloso e contro-produttivo il suo sostegno ai programmi delle aziende multinazionali che si accingono a trasferire le operazioni di zootecnia industriale nelle nazioni a basso reddito e ad elevato tasso di malnutrizione.

Le azioni intraprese per affrontare il problema della fame devono essere a basso costo, così da poter assicurare il nutrimento al maggior numero possibile di persone. Ma le produzioni animali di stampo industriale richiedono, per unita' proteica prodotta, un elevato impiego di suolo, risorse vegetali, acqua, combustibile, in quantita' ben maggiori rispetto alle colture per il consumo umano diretto. Dunque, l'espansione delle produzioni animali nei paesi a basso reddito con deficit alimentare peggiorerebbe anziché alleviare la tragedia della fame. Al contrario, la coltivazione sostenibile di vegetali per il consumo umano diretto e' un modo economico di produrre alimenti sani per le popolazioni ora sottoalimentate.

Gli alimenti prodotti come risultato degli sforzi per sradicare la fame devono essere sicuri, salutari, e non in contrasto con i modelli alimentari tradizionali. I piani contro la malnutrizione che aumentano il consumo di alimenti di origine animale, sono spesso culturalmente inappropriati e suscettibili di accrescere l¹incidenza di svariate patologie collegate a livelli elevati di consumo di alimenti animali. I paesi a basso reddito si troverebbero quindi di fronte a insostenibili costi sanitari e alla riduzione dei livelli di produttivita' associata alle suddette patologie.

Inquinamento ed esaurimento delle risorse naturali sono una minaccia per la sopravvivenza umana. In particolare, preoccupa l'incombente crisi idrica planetaria. Il consumo e l'inquinamento di risorse idriche gia' scarseggianti da parte della zootecnia industriale intensiva peggiorerebbero la situazione a livello locale e globale. D'altra parte, il sovrappascolo accentuerebbe il degrado e la desertificazione delle terre peggiorando l'impatto dei cicli di alluvioni e siccita', un¹ulteriore minaccia alla sicurezza idrica globale.

Lo sradicamento della poverta' deve essere perseguito nel contesto dell'autodeterminazione. Il controllo da parte di imprese estere sulla zootecnia in paesi a basso reddito con deficit agro-alimentare preleverebbe profitti a danno di quelle nazioni e indebolirebbe i loro sforzi di autodeterminazione nel settore agro-alimentare.

L'autosufficienza e' una componente importante della sicurezza alimentare. La zootecnia industriale dipende molto dal capitale e dalla tecnologia; richiede quantita' elevate di input importati, energia e acqua. Perciò, la diffusione di tali produzioni nelle nazioni a basso reddito in deficit alimentare ne peggiorerebbe, anziché ridurre, l'insicurezza alimentare.

L'agricoltura ha il più fondamentale degli obiettivi: nutrire il mondo. Le nazioni a basso reddito non devono essere spinte a convertire settori agricoli in componenti gestite da compagnie estere a scopo di profitto, o a porre la domanda da parte dei mercati internazionali al di sopra dei bisogni del proprio popolo. La conversione delle risorse agricole ora finalizzate al consumo alimentare locale e regionale in risorse agricole destinate alla produzione di alimenti per i mercati esteri aumenterebbe la vulnerabilita' di quei paesi e popoli agli shock dei mercati, e quindi l'insicurezza alimentare.

L'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'agricoltura e l'alimentazione (FAO) deve agire nell'interesse dei paesi a basso reddito in deficit alimentare e deve anche riconoscere l¹interesse generale degli abitanti del pianeta alla tutela dell'ambiente. La FAO non deve cedere agli interessi delle corporazioni private per la promozione di pratiche colturali che alla fine impoverirebbero ulteriormente quelle nazioni e danneggerebbero l'ambiente da cui tutti dipendiamo.

Poiché dal Vertice mondiale dell'alimentazione (WFS) emergeranno risoluzioni e programmi che influiranno sulla sicurezza alimentare per i prossimi decenni, i partecipanti alla riunione hanno l'obbligo morale di assicurare soluzioni vere in grado di nutrire il mondo e preservare il pianeta.

IN SINERGIA CON IL SITO http://www.ebasta.org
Annapaola Laldi


Si ringrazia Annapaola Laldi per l'articolo pubblicato su questo sito.




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