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Lo stesso rispetto per ogni forma di vita


Gatti. Una stravaganza? No, scelta di libertà.
"Lo stesso rispetto per ogni forma di vita".
Riflessioni dal "Cat Pride"


di Margherita d'Amico

Diciamo la verità: a orecchio, tranne che nei simpatizzanti, la definizione di gattaro, come quella più ampia di animalista, può suonare vagamente di eccentrico, se non di fanatico. Oltre la quieta bizzarria della vecchina che distribuisce croccantini ai mici del quartiere si assiepano immagini disturbanti.
Sono le ombre di quelli che lanciano uova marce alle signore impellicciate davanti al teatro d'opera, di coloro che grondano finto sangue incatenati alle cancellate degli zoo, degli individui che nottetempo si introducono negli allevamenti di visoni o nei laboratori di vivisezione e liberano gli animali dalle gabbie.
Non sono tanto le azioni in sé, quanto lo spettro di ciò che esse evocano, ovvero l'integralismo, a spandere talvolta attorno a tali figure una sorta di diffidenza e fastidio.

Se la concezione corrente dell'universo non fosse nettamente antropocentrica, di certo molti atteggiamenti non verrebbero considerati ridicoli.
Incatenarsi alle sbarre di una prigione per bambini risulterebbe forse goffo, ma al fondo sacrosanto. Soprattutto in questi tempi, le posizioni nette sanno di invasamento, di regime, di intolleranza.

Affrontata però da un'altra direzione, e accantonato il nostro più frequente timore, quello di ritrovarci costretti a rinunciare a qualche elemento della formula ufficiale del benessere, la lettura cambia.

Il fatto di concentrare la propria attenzione su alcuni, particolari temi non equivale anzitutto a essere ciechi riguardo al resto.

Credo si possa affermare con tranquillità che dispensare energie e sforzi affettuosi sia comunque utile, e non vada rapportato a una scala di priorità molto generica di solito tenuta in gran conto proprio dai meno prodighi.

Quella degli animalisti è una scelta in partenza non aggressiva, un tentativo di non considerare la terra a esclusivo servizio dell'uomo e di attribuire lo stesso rispetto a ogni forma di vita. Il che non toglie peso all'occhio di chi guarda; non nega che a una madre stia più a cuore il proprio neonato che non un gattino. Contempla semmai il processo inverso, quello di considerare che anche la gatta tiene alla propria pelle e a quella dei suoi cuccioli, ed è altrettanto legittimo che sia così.

Gli animalisti non si trovano solo a doversi barcamenare in un sistema sociale che non aiuta scelte come quella vegetariana (esempio minimo: in quel tripudio di panini, tutti con nome e cognome, proposto dagli autogrill autostradali se ne trova - e non sempre - uno solo senza carne né pesce, nemmeno granché buono) o quella di non servirsi di prodotti testati sugli animali, di pelli, di piume.
Agiscono in contesti ben meno lieti di quanto non si possa immaginare.
Devono discernere fra i mattatoi che scuoiano e tagliano a pezzi animali coscienti e quelli che invece hanno pietà di stordirli prima.
Lottano e strepitano, a volte senza eleganza, per impedire che quaranta ermellini trascorrano una vita ripugnante ammassati nella stessa gabbia per poi finire bruciati da una scossa di corrente, o con la testa schiacciata perché non se ne sciupi il mantello. Perché si cessi di tagliare il becco ai polli di batteria ancora vivi con una lama rovente, o di tenere i maiali immobilizzati con le cinghie per diciotto mesi allo scopo di non svilupparne i muscoli.

Il punto non è che gli animali debbano piacere a tutti e nemmeno che la visione animalista vada per forza condivisa. Solo, è necessario considerarla con calma per quello che è. Non una posa, o una stravaganza, ma il frutto di un ragionamento, di un pensiero che vanta un'infinità di precursori illustri, da Plutarco a Leonardo da Vinci, e lancia una magnifica sfida al concetto di libertà: quella di esser capaci di stare al mondo senza bisogno di sopraffare nessuno.

23/02/03
Fonte: Corriere della Sera, Cronaca di Roma ( http://www.corriere.it )



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