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Pesca: un’ecatombe silenziosa e dimenticata


di Franco Libero Manco

Negli ultimi tempi, data la diminuzione del consumo di carne, i nutrizionisti si sentono in dovere di raccomandare l’uso del pesce, come se questo avesse qualche particolare sostanza utile o necessaria alla salute umana. Il fatto che i vegetariani escludano dalla loro dieta questo animale e come il sottoscritto (da 30 anni vegetaliano) godano ottima salute, dimostra chiaramente che l’organismo umano non ha affatto bisogno di nutrirsi di pesce.

Mentre la dannosità della carne degli animali terricoli viene riconosciuta anche dagli stessi allevatori e macellai, la dannosità del pesce viene celata per motivi puramente commerciali, per ignoranza o malafede dagli stessi cosiddetti nutrizionisti.

Il pesce non è meno inquinato degli animali di terra. Le immense quantità di mercurio che le industrie scaricano nel mare (circa 10.000 tonnellate all’anno) passa facilmente dal pesce nell’organismo umano. E’ utile ricordare la strage di Minamota (Giappone) del 1952 nella quale morirono 77 persone ed altre 360 rimasero invalide per aver mangiato pesce ricco di mercurio. Nel 1988 nelle acque laziali fu riscontrata, in modo del tutto fortuito, una partita di pesce al mercurio: si riuscì ad impedire la vendita appena in tempo. Ma quanto pesce pericoloso sfugge ai rari controlli?

Ma oltre al mercurio deve preoccupare la presenza, nelle cozze, nelle ostriche e nei crostacei, del cadmio e del piombo, abbondantemente presenti negli scarichi industriali. Il pesce può anche trasmettere all’uomo la salmonella, larve di tenia e di ascaridi, né la cottura è sufficiente a scongiurare i pericoli in tal senso. Alcuni molluschi possono trasmettere l’epatite virale ed altre malattie infettive. Inoltre in diversi pesci sono state riscontrate anche rilevanti quantità di pesticidi.Può tornare utile ricordare che in passato l’uso eccessivo di pesce in alcune regioni del Terzo Mondo a favorito l’insorgere della lebbra. In realtà le bancarelle del pescivendolo nascondono più insidie per la salute umana dello stesso bancone del macellaio.

A mio avviso è delittuoso raccomandare l’uso del pesce nella nostra dieta. Se l’essere umano avesse bisogno di tale sostanza per i suoi processi biologici la razza umana si sarebbe estinta sul nascere. Infatti come avrebbero potuto i nostri antenati fruttariani, (cugini delle scimmie antropoidi) usciti dalla foresta tropicale e lo stesso uomo delle caverne catturare il pesce con le mani per cibarsene? L’elemento acqua non è compatibile con la natura terricola dell’uomo Probabilmente alcuni uomini della preistoria, solo quelli stanziati lungo i corsi di acqua, eccezionalmente si nutrirono anche di pesce, ma coloro che vivevano nell’entroterra come avrebbero potuto sopravvivere? Lo stesso discorso vale per il latte ed i formaggi da molti “illuminati” nutrizionisti ritenuto indispensabile per la salute umana. Come avrebbero potuto gli antenati dell’uomo suggere il latte di un altro animale nel corso dei 5 milioni di anni di evoluzione dal momento che l’addomesticamento degli animali risale a non più di 50 mila anni fa? Il pesce, i molluschi ed i crostacei in genere, sono gli alimenti più putrescibili esistenti in natura: il fetore tipico dei cadaveri in via di decomposizione emanato dal pesce lasciato solo per poche ore fuori dal frigo ne è la testimonianza più evidente.

Ogni anno milioni e milioni di tonnellate di pesce viene consumato nel mondo. Solo in Italia 11 milioni di quintali all’anno (circa 20 miliardi di individui) finiscono nelle pentole di cuochi e massaie.

Nel 1997 la raccolta di pesce ha raggiunto nel mondo la cifra record di 130 milioni di tonnellate, di cui circa 100 milioni deriva dalla pesca libera che causa uno sterminio indiscriminato di specie acquatiche. Sono sotto gli occhi di tutti i danni derivanti dalle reti pelagiche per i tonni e della pesca a strascico che dècimano anche i delfini. Le più importanti specie di pesce del nostro paese, tonni e merluzzi sono in pauroso declino a causa dello sfruttamento dissennato delle acque marine.

Con l’acquicoltura, la più diffusa pratica d’allevamento, nuovo busines economico, tutti i cicli naturali del pesce detenuto vengono alterati. Attraverso la somministrazione degli ormoni l’ingegneria genetica è in grado di far aumentare rapidamente il peso dell’animale.

Alle aragoste, mazzancolle e lumache è riserbata la morte più atroce e crudele.Gli animali dotati di zampe, se non sono immobilizzati, quando vengono immersi ancora vivi nell’acqua bollente, che entra negli occhi ed in ogni cavità dell’animale, oppure arrostite sulla piastra, schizzano via come saette.

Altrettanto tremenda e dolorosa è la morte per asfissia del pesce pescato con le reti: le convulsioni dell’animale che disperatamente cerca di riconquistare il suo ambiente vitale, sono la più palese manifestazione di dolore. Per non parlare della pesca sportiva: vero e proprio passatempo per gente stupida, insensibile e crudele. L’amo che viene estratto dalla bocca del pesce che si contorce dallo spasimo e che lacera anche parte della testa: è paragonabile ad un arpione conficcato nella bocca di un uomo che viene brutalmente estratto fracassandogli le mandibole, la fronte ed il cervello per poi somministrargli pochi grammi di ossigeno per prolungare il più possibile la sua vita e quindi la sua agonia.Se vi immaginate al posto del pesce maledirete quel cretino che si diverte straziando altre creature, senza augurargli la stessa sorte.

Ma vi sono anche le mattanze delle tonnare: l’orrore che suscita l’enorme chiazza di sangue che, come una profanazione della vita, macchia l’azzurro intenso del mare, fa vergognare di appartenere alla razza umana.

E i pesci uccisi per congelamento? E quelli spasimanti in pochi centimetri di acqua nei mercati perché la gentile signora, o signore, possa deliziarsi il palato con il corpo di una creatura appena eviscerata da viva? Non è forse raccapricciante l’idea degli acquari nei ristoranti in cui il cliente sceglie quale pesce farsi cucinare al momento decidendo vita oppure morte e sofferenza per una splendida creatura? E i pesci dilaniati da un arpione?

Eppure i pesci non sono patate; gli animali acquatici non sono creature meno sensibili o meno intelligenti degli animali terricoli. I pesci sono dotati di un sistema nervoso e quindi capaci come noi di percepire il dolore. Il polpo ha un cervello molto sviluppato e l’intelligenza del delfino supera di gran lunga quella del cane.

Stupisce e sconcerta la cecità e l’indifferenza dell’essere umano nei confronti della vita e della sofferenza degli altri. Come non restare stupefatti dalla bellezza e dell’eleganza di un pesce? Come non provare ammirazione e rispetto per la perfezione di questo, come di qualunque altro, meccanismo biologico risultato di miliardi di evoluzione? Quale armonia fisica, energetica e spirituale viene annientata con l’uccisione di una creatura? La complessità del meccanismo chimico-biologico di un pesce riduce a poco più di un barattolo il più sofisticato computer.

Il pesce è una creatura in grado come l’essere umano di generare altra vita; è dotato di percezioni sofisticatissime (altro che radar) oltre che di quegli strumenti naturali che rendono capace il suo corpo di estrarre dall’acqua l’ossigeno di cui ha bisogno per vivere. Il pesce ragiona, sente, vede, mangia, dorme, gioca, ha paura e quindi si nasconde. L’agilità e la velocità con cui si muove un pesce nel suo ambiente naturale ha qualcosa di affascinante e di prodigioso. La perfezione dei suoi occhi in grado di percepire chiaramente nell’acqua, la complessità delle sue branchie e dei suoi sensori ricettivi ed elaborativi, la squisita geometria delle sue squame, la gamma pressoché sconfinata dei suoi colori sgargianti, vengono per sempre annientate con la morte dell’animale quando viene privato dell’unica sua ricchezza, la vita, per un attimo di piacere che possono dare le sue carni martoriate.

Se un qualsiasi essere vivente non fosse in grado di accusare il dolore, se non avesse paura della morte si autodistruggerebbe e nulla esisterebbe nel cosmo. Il dolore, infatti, è ciò che accomuna tutti gli esseri viventi: è come una lancia puntata dietro la schiena di ogni creatura che la sprona ad avanzare sulla via dell’evoluzione acquisendo esperienza, memorizzando il pericolo e aguzzando l’astuzia in modo da sfuggire al predatore.

Vale la pena rammentare l’episodio che indusse Enzo Maiorca, primatista mondiale di immersione, a rinunciare per sempre alla pesca e diventare vegetariano. Egli, armato di fucile subacqueo, inseguiva una cernia scampata più volte ai micidiali colpi della fiocina. L’animale impaurito si nascose nel pertugio di uno scoglio nel quale Enzo infilò una mano per catturarlo. Stringendo l’animale sentiva le forti pulsazioni del suo cuore che sembrava scoppiasse dal terrore. Il primatista lasciò andare la cernia e da quel giorno divenne un convinto animalista.

Ma come nasce la leggenda che il pesce faccia bene al cervello perché contiene molto fosforo? Tale leggenda nasce il secolo scorso quando iniziarono i tentativi di spiegare in termini chimici i fenomeni dell’intelligenza umana. Friedrich Buchner (1824-1899) esaminando la composizione chimica del cervello di diversi animali constatò che il cervello dell’uomo era quello più ricco di fosforo e poiché l’uomo era ritenuto l’animale più intelligente dedusse che il grado di intelligenza dovesse essere proporzionale alla quantità di fosforo presente nel cervello. Nello stesso periodo il chimico francese Jean Dumas (1800-1884) analizzando la carne di diversi animali trovò che quella di pesce conteneva, sia pure in misura molto modesta, più fosforo di quella di altri animali. Ma fu il naturista Jean Luis Agassin (1807-1873) che dedusse “sapientemente”, senza alcun fondamento scientifico, che il pesce fa bene al cervello umano.

Occorre precisare che non esistono vegetali privi di fosforo e che molti di questi, come i legumi, contengono quantità di fosforo molto più elevate, le mandorle addirittura ne contengono più del doppio, in percentuale di parte edibile. Ma questo non significa che quanto più fosforo contiene un alimento tanta più salute apporta al nostro organismo. Anzi è stato accertato che un eccesso di fosforo ostacola l’assorbimento del calcio. Non esiste la purché minima prova scientifica che il fosforo possa aumentare, anche minimamente, le facoltà intellettive della persona.Anzi pare che sia vero il contrario dal momento che gli Eschimesi, che si nutrono quasi esclusivamente di pesce, consumato per la maggiorparte crudo, oltre ad avere la vita media più bassa in assoluto (circa 30 anni) hanno il più basso quoziente intellettivo. Non sarà colpa del pesce che questo popolo non si è mai distinto in nessun campo culturale, artistico, scientifico o spirituale?

Ma per la stragrande maggioranza degli esseri umani, ottenebrati dalla miope quanto devastante mentalità antropocentrica, solo la vita ed il dolore umano sono degni di considerazione. La muta ed universale sofferenza delle milioni di specie esistenti, uccise, sfruttate, torturate dall’uomo; la sistematica ecatombe di animali trucidati in ogni modo, i fiumi di sangue che vengono versati nei mattatoi e non solo, sono quisquilie del tutto trascurabili. Ma questa grande ingiustizia, questo sconfinato dolore pesa sulla coscienza collettiva come una tremenda nèmesi carmica. A tal proposito Max De Saxe diceva: “Finché gli uomini continueranno ad uccidere gli animali essi non cesseranno neppure di uccidersi tra di loro. Il mondo animale si vendica dell’umanità forzandola nelle guerre a divenire carnefice di se stessa”.E Margherite Yourcenar affermava: “Ci sarebbero meno bambini martiri se ci fossero meno animali torturati; meno vagoni blindati che trasportano alla morte le vittime di qualsiasi dittatura, se non avessimo fatto l’abitudine ai furgoni dove animali agonizzano senza cibo e senza acqua diretti al macello.”

Una delle motivazioni a cui fa appello la gente per giustificare il consumo di pesce è quella religiosa per cui si ritiene che anche Cristo ne abbia mangiato, rammentando puntualmente il famoso miracolo dei pesci e dei pani. Ma se si esclude il solo episodio (tra l’altro riportato da Marco, discepolo di Paolo convertitosi al cristianesimo 35 anni dopo la morte di Cristo, che scrisse il Vangelo su descrizione dell’unico apostolo non presente all’evento) in cui Cristo per convincere agli apostoli increduli della sua risurrezione mangiò ciò che c’era a tavola, cioè del pesce, in nessun’altra circostanza Cristo mangia del pesce e tantomeno della carne. Mentre per ciò che riguarda il suddetto miracolo i testi più antichi parlano di pane e frutta. I pesci erano una sorta di polpette, un tipo di cibo diffuso anche oggi e molto comune al tempo di Gesù, fatto con una pianta marina conosciuta come la pianta del pesce, sicuramente più facile da conservarsi nelle ceste fino a sera in quelle torride temperature. In ogni caso anche se non si trattava di un vegetale ma di un animale Gesù moltiplica la sostanza non la vita per sfamare una popolazione affamata; non ammazza né fa soffrire alcun animale, come avviene per coloro che mangiano il pesce solo per il piacere di cambiare pietanza, dal momento che l’Occidente dispone di ogni ben di Dio senza la necessità di dover uccidere per assicurarsi il cibo e che la stragrande maggioranza delle malattie è dovuta ad un eccesso di alimentazione non a carenze alimentari.

Citazioni molto interessanti vengono dalle Pergamene del Mar Morto scoperte nel 1947 presso i luoghi in ci visse la comunità degli Esseni. In questi manoscritti troviamo Gesù che rimprovera aspramente i pescatori: “Forse che i pesci vengono a voi a chiedere la terra e i suoi frutti? Lasciate le reti e seguitemi, farò di voi pescatori di anime.” Un’altra chiara condanna di Gesù, questa volta ai cacciatori, la troviamo nell’aramaico Vangelo della vita perfetta: “Maledetti siano i cacciatori perché saranno a loro volta cacciati.”

D’altronde come potevano i primi cristiani mangiare l’animale nel cui simbolo si identificavano, il pesce? E come potevano i dottori della prima chiesa cristiana, d’Occidente (S. Agostino, S. Ambrogio, S. Girolamo, S. Gregorio Magno) e d’Oriente (S. Atanasio, S. Basilio Magno, S. Giovanni Crisostomo e S. Gregorio di Nazianzo), i molti santi ed asceti dei primi secoli cristiani praticare e raccomandare l’astinenza dalla carne se non avessero ricevuto tale regola da Cristo o dagli apostoli? Se Cristo e gli apostoli non fossero stati vegetariani come avrebbe potuto S. Girolamo affermare che la licenza di mangiare carne sia stata un’interpolazione ai testi sacri aggiunta tardivamente dalla Chiesa in un periodo di basso profilo spirituale ma che in principio non fu così. E ancora. “La dieta senza carne, che apparteneva allo stato originario dell’uomo, ricominciò con la venuta di Cristo. Da allora non ci è più permesso ripudiare la moglie né mangiare la carne.” Le stesse motivazioni sono alla base del pensiero di Nilo Asceta e di S. Basilio di Poiana. Quest’ultimo fa anche un elenco di tutti i santi che praticarono l’astinenza dalla carne. Inoltre S. Girolamo contesta l’idea che gli animali siano al servizio dell’uomo e che servano per la sua mensa. “Se così fosse”, dice, “non solo le lepri ed i fagiani dovrebbero imbandire le tavole, ma anche i vermi, le cimici e le serpi.” Lo stesso S. Agostino e le comunità da lui guidate escludevano l’uso della carne. Eusebio di Cesarea sosteneva che gli apostoli si astenevano dalla carne e dal vino e che Giacomo non mangiò mai carni fin da quando era nel grembo materno. Anche Clemente Alessandrino, parlando di Matteo, afferma che questi si nutriva di semi, frutta ed erbaggi mentre S. Clemente Romano dice che S. Pietro si nutriva solo di pane, olive ed erbe. Lapidaria risulta l’affermazione di S. Ambrogio quando afferma che “la carne fa cadere anche le aquile che volano.”

Se l’astinenza dalla carne non fosse stata una regola del cristianesimo antico come si spiega l’adesione a tale precetto di tutti i primi ordini monastici e religiosi? La regola dei Benedettini fondati da S. Benedetto, primo legislatore monastico occidentale, vietava l’uso della carne perfino ai bambini che in quel periodo erano ammessi nei monasteri fin dall’età di 5 anni. A tale regola aderirono pienamente i Cistercensi. S. Pier Damiani esortava caldamente i Camaldolesi, fondati da S. Romualdo, ad astenersi dalla carne. La regola di S. Bruno, fondatore dei Certosini, comprendeva l’esclusione completa dalle carni al punto che se un religioso trasgrediva tale regola veniva espulso dall’Ordine. I Carmelitani nel cui ordine S. Teresa d’Avila e S. Giovanni della Croce, raccomandavano la regola dell’astinenza completa dalle carni, come nell’Ordine dei Trinitari fondati da S. Giovanni de Mata. I Domenicani ed i Trappisti praticavano l’astinenza dalle carne anche se ammalati. E poi ancora S. Bonaventura, fondatore dei Frati Minori; l’Ordine delle Clarisse; S. Francesco da Paola; S. Francesco Cottolengo che fondò 4 comunità contemplative a cui diede la regola dell’astinenza dalle carni; S. Chiara da Montefalco che fin da 6 anni non mangiò mai carne; S. Filippo Neri che udì la voce del Signore che gli chiedeva di vivere tra i poveri e di non mangiare carne.

Tra gli altri Santi erano vegetariani: S. Pietro di Tarantasia, eccezionale taumaturgo; S. Pietro Regalado, anch’egli potente taumaturgo, francescano; S. Vincenzo Ferrer, francescano, forse il più grande predicatore di tutti i tempi; S. Caterina da Siena che si nutriva solo di pane ed erbe crude;S. Fulgenzio che affermava che gli umili servitori di Cristo si astengono dal mangiare carne o dal bere vino. E ancora: S. Bonaventura da Bagnoregio, S. Clemente, l’Abate Migne, S. Bernardo di Chiaravalle, S. Alberto Magno e tanti, tanti altri.

Purtroppo le regole fondamentali della spiritualità dei dottori della Chiesa restano da questa ampiamente disattese. Anzi la norma dell’astinenza dalla carne, invocata nei secoli dai grandi Santi, è stata osteggiata in ogni modo dalla Chiesa di Roma al punto che questa ha sentito la necessità di rinnovare l’obbligo di mangiare la carne in ben 4 diversi Concili. Nel Concilio di Ancyranum del 314 viene espressa la ferma decisione di allontanare dall’ordine religioso quelli che si rifiutavano di mangiare la carne. Nel Concilio Gangrense del 324 si tornò sulla stesso argomento per cercare di neutralizzare le molte tendenze favorevoli al vegetarismo e al rispetto della vita. Il Concilio di Braga del 577 in cui si affermò che se qualcuno, perché giudica immonde le carni che Dio ha dato all’uomo per nutrirsi e non perché desidera mortificarsi, si astiene dal mangiare queste carni, su di lui anatema. Ed infine il Concilio di Aquisgrana del 816 in cui si riconferma l’obbligo per il clero di mangiare la carne, pena l’estromissione dell’ordine. I membri del clero che aborriscono le carni, perfino gli ortaggi che si cuociono insieme ad esse, devono essere allontanati dall’ordine religioso.

Se la Chiesa cattolica nel corso di molti secoli ha dovuto combattere contro la tendenza, da parte dei suoi stessi componenti, a non mangiare la carne è lecito supporre che Cristo e gli Aspostoli fossero vegetariani.

Per cui oggi il mangiar carne o pesce non trova giustificazione né sul piano salutistico, né su quello economico, né su quello morale, né tantomeno su quello spirituale.Chi mangia il pesce o la carne lo fa solo perché gli piace. Ma a quale prezzo?

Dicembre 2007



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