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Consumo di pesce e sostenibilità ambientale

Notizia da: Centro Internazionale di Ecologia della Nutrizione (NEIC)
Un articolo del Canadian Medical Association Journal.



Negli ultimi anni le persone vengono invitate, da vari professionisti della nutrizione, a consumare una maggior quantità di pesce, addirittura duplicare o triplicare l'attuale consumo. Lo scopo dichiarato è quello di far aumentare il consumo di acidi grassi omega-3 (EPA e DHA), sostanze che vengono ritenute capaci di prevenire alcune malattie degenerative.

Secondo quanto puntualizzato da alcuni ricercatori di varie università canadesi nell'articolo "Le raccomandazioni nutrizionali sull'uso di olio di pesce sono sostenibili?" pubblicato nel marzo 2009 sulla rivista scientifica Canadian Medical Association Journal, queste raccomandazioni sono assolutamente impraticabili e ambientalmente disastrose. Questa conclusione d'altra parte è molto semplice da trarre: attualmente tutte le "zone di pesca" del mondo sono state devastate dalla pesca selvaggia, e tutti gli esperti del settore concordano nell'affermare che la situazione non è sostenibile. E' dunque irresponsabile consigliare alle persone di consumare ancora più pesce. Al contrario, ne andrebbe consumato molto molto meno (o per nulla).

Secondo quanto riporta l'articolo in esame, già oggi la domanda da parte dei paesi ricchi, sommata a quella dei paesi in via di sviluppo come la Cina, non può essere soddisfatta dalle zone di pesca esistenti nel mondo, che sono in costante declino. Inoltre, il pescato viene diretto ai paesi più ricchi, anziché ai mercati locali, aumentando così l'insicurezza alimentare delle nazioni più povere.


Benefici per la salute mai dimostrati

Oltre all'aspetto ambientale, che è comunque primario, perché è semplicemente impossibile non solo aumentare la quantità di pesce pescato, ma nemmeno mantenere gli attuali livelli, gli studiosi affrontano anche l'aspetto salutistico e si chiedono se è proprio vero che gli acidi grassi del pesce sono così positivi per la salute umana.

La maggior parte degli studi sull'olio di pesce sono relativi alla prevenzione della malattia coronarica. Sono stati svolti studi epidemiologici su ampi gruppi di persone e studi clinici randomizzati. Solo gli studi epidemiologici hanno evidenziato un effetto positivo del consumo di olio di pesce, ma, fanno notare i ricercatori, questo è poco significativo, perché le persone in esame avevano uno stile di vita più sano rispetto alla media: facevano più esercizio fisico, fumavano meno, avevano in generale una dieta migliore. In conclusione, nel migliore dei casi l'olio di pesce è solo un fattore - probabile e non certo - in mezzo a tanti altri che possono ridurre il rischio di essere colpiti da malattia coronarica. Infatti, i gruppi di persone che conducono una vita sana e che non consumano pesce - come i vegetariani - non hanno un maggior rischio di malattie cardiovascolari (tutt'altro).

Altri benefici per la salute dell'uso di olio di pesce non sono stati dimostrati in alcuno studio: è stato investigato l'effetto dell'olio di pesce sullo sviluppo neurologico, sul cancro, sulla demenza, sulle malattie autoimmuni, asma, sclerosi multipla e diabete, e nel complesso non si è dimostrata alcuna evidenza di benfici in tutti questi campi.


Danni all'ambiente della pesca selvaggia del tutto dimostrati

Da una parte abbiamo quindi benefici per la salute umana non dimostrati e comunque non sostanziali, e dall'altra abbiamo disastri ambientali ben documentati. Nella comunità scientifica vi è pieno consenso sul rapido declino mondiale della quantità di pesci, affermano i ricercatori canadesi. Nonostante le tecniche di pesca sempre più avanzate che non lasciano scampo a nessuna specie di pesce, la quantità del pescato è in declino dalla fine degli anni '80 e il numero di zone di pesca arrivate al collasso è cresciuto esponenzialmente dal 1950 ad oggi.

Ma tutto questo non viene reso noto al pubblico, anzi, si invitano le persone a consumare ancora più pesce, come se gli oceano fossero una riserva inesauribile. Inoltre, le zone di pesca dei paesi in via di sviluppo vengono sfruttate dai paesi sviluppati, che importano grandi quantità di pesce da queste zone.


L'acquacoltura non è una soluzione, aumenta solo i problemi

Se venisse in mente di "risolvere" il problema delle zone di pesca sovrasfruttate con la diffusione dell'acquacoltura (allevamenti di pesci), si andrebbe incontro a un grave errore: l'acquacoltura peggiora il problema anziché risolverlo.

Gli autori dell'articolo spiegano che nei paesi industrializzati i pesci allevati sono pesci carnivori, cioé che mangiano altri pesci (salmone, tonno, spigole) e quindi è necessario pescare altri pesci per nutrire questi, con uno spreco enorme: servono da 2,5 a 5 kg di pesce pescato per "produrre" 1 kg di pesce allevato. E' chiaro come il "rimedio" sia peggiore del male. Non è possibile nutrire i pesci d'allevamento in altro modo, perché altrimenti non conterrebbero gli acidi grassi omega3, i quali sono proprio il motivo per cui il consumo di pesce viene consigliato, anche se come abbiamo visto non vi sono molte basi scientifiche per credere che gli omega3 derivati dal pesce siano particolarmente utili alla salute.

Oltre a peggiorare la situazione dello sfruttamento dei mari, l'espansione dell'acquacoltura causa altri notevoli danni ambientali: la distruzione e l'inquinamento degli habitat acquatici a causa dell'azoto derivante dagli scarichi degli allevamenti; la crescita incontrollata di alghe; la trasmissione di parassiti e malattie dai pesci d'allevamento a quelli selvatici; l'abuso di antibiotici, farmaci e altre sostenze chimiche negli allevamenti.


Pericoli per la salute umana

Non solo non è dimostrato alcun reale vantaggio per la salute nel consumo di pesce, ma sono già noti da anni i pericoli del consumo di pesce per le sostanze nocive che esso contiene, sia esso d'allevamento o selvatico. I pesci, specie i predatori, possono accumulare nelle proprie carni sostanze come metil-mercurio, PCB e diossina. Questo vale sia per i pesci selvatici che per quelli d'allevamento, anzi, per questi ultimi i livelli di PCB e diossina sono ancora più alti (ma non il livello di metil-mercurio). PCB e diossina sono sostanze che causano il cancro.

L'esposizione al mercurio causa invece danni neurologici e può inoltre danneggiare il fegato e i reni. Nel 2004 la Food and Drug Administration del governo statunitense ha suggerito alle donne incinte, a quelle che progettavano una gravidanza, a quelle in allattamento, di evitare il consumo di pesci carnivori, e di applicare la stessa regola ai bambini.


Conclusioni

Le conclusioni che traggono i ricercatori canadesi da queste informazioni sono ben precise: i professionisti della nutrizione dovrebbero evitare di consigliare un maggior consumo di pesce o di olio di pesce per ricavare i grassi omega-3, perché da una parte non ci sono dimostrazioni convincenti che ciò sia davvero utile, dall'altra parte quel che è certo è che tali consumi non sono sostenibili. Già con i consumi attuali tutte le zone di pesca sono state devastate: il cosumo non si può aumentare ma si deve, invece, diminuire.

Gli autore dell'articolo auspicano infine uno sviluppo della ricerca sulle fonti vegetali di acidi grassi omega3. Già oggi, tuttavia, sono note fonti vegetali affidabili di omega3: le noci, i semi di lino (macinati) e l'olio di semi di lino (spremuto a freddo e tenuto in frigorifero dalla produzione al consumo). Se si desidera inserire nella propria alimentazione una quantità adeguata di omega3 in modo sostenibile sia per l'ambiente che per la propria salute, basta consumare 1 cucchiaio di semi di lino macinati (oppure 1 cucchiaino di olio di semi di lino) e 30 grammi di noci al giorno.


Fonte: David J.A. Jenkins, MD DSc, John L. Sievenpiper, MD PhD, Daniel Pauly, Dr rer nat, Ussif Rashid Sumaila, Dr Polit, Cyril W.C. Kendall, PhD and Farley M. Mowat, OC DLitt, Are dietary recommendations for the use of fish oils sustainable?, Canadian Medical Association Journal, March 17, 2009; 180 (6)

Artciolo tratto da: www.agireora.org/info/news_dett.php?id=765



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