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Macellazione rituale, barbarie da fermare


di Viviana Ribezzo


In questi giorni in tutto il mondo islamico si celebra la "festa del sacrificio". Un rito che prevede l'uccisione di milioni di agnelli e caprette, sgozzati senza preventivo stordimento.

La religione musulmana e quella ebraica prevedono che la carne, per poter essere lecitamente consumata dai fedeli, debba provenire da un animale macellato secondo regole precise: l'animale deve essere immobilizzato lasciando un arto libero e deve essere praticato un taglio netto alla gola in modo che il sangue fuoriesca copioso mentre il cuore pulsa ancora.

Le normative italiane, che impongono lo stordimento dell'animale prima della macellazione, prevedono una deroga proprio per queste esigenze religiose. In Italia, secondo i dati del ministero della Salute, sono in funzione 206 impianti autorizzati a tale pratica (erano 104 solo 7 anni fa).

Spesso queste macellazioni vengono compiute in maniera incontrollata, dai singoli fedeli, in casa o nei cortili, suscitando comprensibili reazioni. Ma è ovvio che queste situazioni sono illegali e passibili di denuncia.

Il problema è un altro. Quello di capire se in nome delle tradizioni religiose si debba rinunciare alle "conquiste" fatte in materia di benessere animale.

Anni di battaglie per ottenere qualche miglioramento nelle condizioni di vita e di allevamento, pressioni e petizioni per rendere obbligatorie tecniche di uccisione che riducano la sofferenza animale e poi, in nome di un malinteso rispetto per le altre culture, dovremmo accettare che a qualche milione di agnelli, vitelli, capre e polli sia negata anche quest'ultima pietà.

In uno Stato laico tale evenienza non dovrebbe neppure essere presa in considerazione.

Evidentemente non si sta mettendo in discussione la libertà religiosa. Dio (o chi per esso) ce ne guardi bene. Stiamo parlando di un codice etico condiviso, che dovrebbe valere per tutti.

La propria intima scelta religiosa non può avere un peso su questioni delicate come la sofferenza di milioni di creature. Altrimenti, in nome dello stesso rispetto, dovremmo accettare anche altre usanze (ad esempio la questione delle mutilazioni genitali o la poligamia) che invece osteggiamo senza il timore di apparire razzisti. Ma qui si tratta solo di animali. E anche tanti.

Sempre più spesso le polemiche relative alla macellazione rituale hanno un sapore xenofobo assai sospetto. Sembra che tale pratica offra, anche a chi degli animali non importa nulla, un buon pretesto per criminalizzare gli immigrati. Spesso proprio la LegaNord si è fatta promotrice di contestazioni e proteste. Pensare che le loro feste, in quanto a grigliate fumanti non sono seconde a nessuno.

Ma non ci si senta "a posto" solo perché la costina che stiamo mangiando apparteneva ad un animale stordito prima di essere ucciso. Del resto a Pasqua noi italiani consumiamo circa 6 milioni di agnelli, senza per altro chiederci come siano stati allevati o uccisi.

Allora, è giusto contestare la macellazione islamica o ebraica, pretendendo che anche per questa siano previsti quei minimi criteri di pietà che abbiamo ottenuto per le nostre bistecche, a patto di non pensare che la nostra macellazione sia una passeggiata per i milioni di animali che ogni giorno vengono uccisi a causa di abitudini alimentari per nulla indispensabili.

Insomma a patto di non fare una hit parade della barbarie. Perché tutti, davanti a un cosciotto di agnello, dovremmo farci qualche domanda su quella bestiola, quanto abbia sofferto e soprattutto se il piacere del nostro palato valesse di più della sua vita e della sofferenza che gli abbiamo inflitto.

18/11/2010
Fonte: http://www.liberazione.it/rubrica-folder/liberazione-animale-01.htm



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