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Commozione e indifferenza

Un’ipocrisia di due giorni (dimenticando le stragi)
Commozione per una sola agonia, indifferenza per quella di una specie


di Margherita D'Amico


Quale umanità è affacciata con compassione sugli argini del Tamigi, e quale altra assiste impassibile all’agonia di centinaia di migliaia di polli sepolti o bruciati vivi? L’ipotesi che si tratti più o meno della stessa, non poggia sulla diversa considerazione che riserviamo a ciascun essere vivente in base a quanto valutiamo il suo aspetto o la sua utilità. Si fonda invece sulla diversa capacità di partecipare alla sofferenza di un individuo, piuttosto che a quella di un popolo o di una specie.

Tanti esempi la storia fornisce; che non sembri un accostamento inopportuno quello con le vicende animali, se non per il principio che muove certe nostre emozioni. Fra il 1925 (anno in cui fu varata la prima nave a bordo della quale i cetacei potevano essere fatti a pezzi e le carni lavorate, mentre nel ’70 compaiono gli arpioni esplosivi) e il 1975, si stima che siano state uccise oltre 1,5 milioni di balene. Su tale caccia a fini commerciali, nel 1986 l’Iwc, International Whailing Commission, approvò una moratoria per consentire la ripresa ai giganti mammiferi marini, lenti nella riproduzione e già minacciati dall’inquinamento chimico e acustico, dai cambiamenti climatici, dalle catture accidentali e dal depauperamento del mare.

Dopo una pausa a seguito di incoraggiamenti ricevuti per promuovere il turistico e innocuo whale-whatching, qualche anno fa la Norvegia ha ripreso a cacciare, come pure l’Islanda, mentre l’inesausto Giappone sostiene di spedire in mare le proprie baleniere a scopi scientifici, sorvolando sul successivo commercio degli esemplari catturati. Sono fatti che avvengono ogni giorno, eppure non ci facciamo caso. Il destino degli animali si mescola nella nostra coscienza in una confusione di specie che soccombono o si tramutano, una ridda di allevamenti intensivi, zoo, stagioni venatorie, pesci e uccelli avvolti dal petrolio, cani e gatti scuoiati, orsi rinchiusi nelle fattorie della bile o abbattuti a fucilate alle porte di New York, cuccioli di foca finiti a bastonate.

Ogni tanto qualcosa scuote la nostra attenzione, ma sono ancora numeri: in India gli elefanti non hanno più spazio e cibo a sufficienza, così invadono con esiti catastrofici i villaggi; in Occidente le volpi si spingono a frugare nell’immondizia delle periferie urbane, gufi e gabbiani si trasferiscono in città. Poi una balena, una sola, dall’oceano risale un grande fiume e va a morire di fronte agli uomini. Noi allora la vediamo e forse nemmeno siamo consapevoli fino in fondo di cosa essa porti con sé, del fatto che la commozione che ci suscita è quella d’abitudine non riconosciuta a tutte le balene del mondo messe insieme.

Tale processo non sfugge invece alle industrie alimentari e dell’abbigliamento, che lavorano affinché il sistema mediatico non proponga mai gli animali da macello come individui, bensì, ancor prima di essere sacrificati, come prodotto: se la gente s’innamorasse delle gesta di una mucca, se questa s’imponesse ai nostri cuori come un soggetto, quanti continuerebbero a mangiarne la carne o a indossarne la pelle? In fondo è quasi sempre dall’individuo, slancio, cruccio e limite della natura umana, che si ricavano i messaggi più universali. Qualcosa dunque significherà pure, una balena a Londra.


Fonte: Corriere.it - 22 gennaio 2006




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