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OGM, globalizzazione e consumo di carne


di Marco Lorenzi (lormar@comm2000.it)

Probabilmente ben poche persone sedendosi a tavola si domandano che rapporto possa esserci tra il cibo che in quel momento hanno davanti agli occhi e l’ambiente, la globalizzazione dei mercati e l’economia dei paesi sottosviluppati.

È anzi probabile che la maggior parte delle persone non sospetti neppure che vi possa essere una fondamentale relazione tra quello che c’è nel loro piatto, ciò che potrà esserci o mancare nel piatto delle popolazioni del terzo mondo e questioni come la biodiversità o gli affari delle multinazionali del settore agro-chimico.

In questi ultimi anni il movimento ecologista ha preso coscienza del forte impatto ambientale del consumo di carne nei paesi occidentali e, sebbene molto lentamente, ci si sta rendendo conto che il vegetarismo è una scelta irrinunciabile per chi si voglia definire ecologista (1).

Vale la pena di riprendere questo argomento collegandolo agli altri “pezzi del puzzle” per fornire al consumatore responsabile, all’ecologista e a chiunque creda nel motto “think globally, act locally” qualche elemento in più per rendersi conto della fondamentale importanza della scelta vegetariana.

Da un punto di vista strettamente ecologico, il problema principale della produzione di alimenti animali è la scarsa efficienza di questi processi produttivi e quindi il notevole spreco di energia e materie prime che essi necessariamente comportano.
Se un terreno coltivato a fagioli consente di ottenere una quantità di proteine quasi 10 volte superiore alla quantità di proteine ottenibile adibendo lo stesso terreno all’allevamento di bovini (2) è evidente che sfamare l’umanità con cibi animali comporta un’accelerazione del disboscamento delle foreste, un uso notevolmente superiore di pesticidi e fertilizzanti inquinanti e un consumo nettamente maggiore di combustibili fossili.
Insomma, è evidente che il prezzo che dovrebbero pagare gli ecosistemi sarebbe inaccettabile e tanto più inaccettabile quanto più la popolazione umana aumenterà nel prossimo futuro.

Le conseguenze di questi fatti sono evidenti anche sul piano socioeconomico: per produrre carne sono necessarie quantità molto elevate di prodotti vegetali da destinare all'alimentazione degli animali allevati, mentre se tali prodotti vegetali fossero direttamente destinati al consumo umano, con la stessa quantità di derrate si potrebbero nutrire molte più persone di quelle che è possibile nutrire utilizzando la carne degli animali, ottenuta dalla trasformazione degli alimenti vegetali da parte degli animali stessi.

È indubbiamente vero che la conversione al vegetarismo dell’intera umanità non comporterebbe automaticamente la soluzione del problema della fame del mondo, dato che quest’ultimo è - almeno per il momento - più un problema di distribuzione delle risorse che di produzione delle stesse.
Tuttavia un graduale aumento della diffusione del vegetarismo, lungi dall’essere un’utopia, è invece una condizione necessaria (sebbene non sufficiente) per la soluzione al problema della fame nel mondo.

A questi fatti molto difficilmente viene dato risalto. Si preferisce tacere i veri problemi, sorvolare sui veri termini della questione e proporre false soluzioni che abbiano però il grosso “vantaggio” di non intaccare i colossali interessi economici dell’industria della carne e soprattutto di favorire gli altrettanto colossali interessi economici delle multinazionali agro-chimico-farmaceutiche.

Queste “soluzioni” ai problemi ecologici e socio-economici si chiamano Organismi Geneticamente Modificati, spacciati per la panacea dei problemi del terzo mondo.

Le ragioni per essere contrari agli OGM sono per fortuna sempre più conosciute grazie all’intenso sforzo compiuto dalle associazioni ecologiste che hanno chiaramente mostrato i rischi che tali tecnologie comportano per la salute umana, per l’ambiente e per l’economia del terzo mondo e inoltre che tali rischi sono controbilanciati esclusivamente da vantaggi per gli azionisti delle multinazionali produttrici degli OGM.

I rischi ambientali e per la salute umana delle manipolazioni genetiche nel campo dell’agricoltura sono stati spiegati e ribaditi in numerose occasioni (3) e può quindi essere utile esaminare in questa sede i problemi socio-economici che sarebbero causati dalla diffusione degli OGM.

Le multinazionali del biotech sostengono che l’ingegneria genetica applicata alla produzione alimentare consentirebbe di ottenere aumenti di produttività e di qualità dei prodotti agricoli in grado di contribuire significativamente all’autosufficienza alimentare del terzo mondo.

Ci sono ottime ragioni per respingere queste argomentazioni. Innanzi tutto, come abbiamo detto, la fame nel mondo oggi non è un problema di scarsità di produzione ma di iniquità della distribuzione e fino a quando la terra dei paesi poveri sarà coltivata per fornire foraggio al bestiame dei paesi ricchi, la situazione non migliorerà.

In secondo luogo i risultati delle coltivazioni transgeniche hanno smentito le affermazioni secondo cui tali coltivazioni producono di più e meglio, dato che in numerosi casi le rese produttive e i risultati qualitativi sono stati nettamente inferiori.

Infine, non dobbiamo dimenticare che l’uso di sementi transgeniche rende i coltivatori economicamente dipendenti dalle multinazionali del biotech, o perché i semi ottenuti da queste coltivazioni non sono in grado di germogliare costringendo quindi i coltivatori a riacquistare ogni anno i semi dai produttori, o perché la loro coltivazione necessita l’uso di sostanze chimiche (p.e. erbicidi specifici) forniti esclusivamente da questi ultimi.

È quindi chiara la ragione per cui le grandi lobby dell’agrochimica spingono verso la massima apertura dei mercati e alla globalizzazione: dopo aver allettato i paesi del terzo mondo con le false promesse degli OGM, potranno renderli dipendenti dai loro prodotti transgenici e garantirsi quindi dei nuove fonti di guadagno.

Arriviamo qui al terzo argomento fondamentale: la ”globalizzazione” dei mercati. Le forti proteste alla conferenza WTO di Seattle hanno chiaramente dimostrato che nelle persone comuni sta gradualmente aumentando una coscienza critica riguardo i problemi dell’economia iperliberista verso cui alcuni paesi industrializzati si vanno dirigendo a tutta velocità.

Spesso su questi argomenti si dà la prevalenza alle ideologie rispetto alle puntuali analisi dei problemi, ma, indipendentemente dalle idee politiche ed economiche di ciascuno, riteniamo possano essere fatte alcune osservazioni largamente condivisibili.

I’opposizione alla globalizzazione nasce dal fatto che con essa si vuole sancire il primato totale dell’economia di mercato su ogni altra considerazione di ordine sociale, ecologico e politico. Il vero problema certamente non è l’abbattimento di dazi doganali in sé o la liberalizzazione di alcuni mercati. Il vero problema sta nel fatto che si vorrebbe trasformare l’economia di mercato nell’unico criterio in base al quale si dovrebbero prendere delle decisioni le cui conseguenze si espandono ben oltre la dimensione economica, coinvolgendo l’ambiente, la salute dei consumatori, le condizioni di vita nei paesi sottosviluppati, etc.

Che l’economia di mercato non possa essere il principio dal quale dipendono tutti gli altri aspetti della società civile è cosa nota da quando è stato introdotto il concetto di esternalità e cioè le conseguenze negative di una certa attività produttiva o di consumo dei beni prodotti che non si riflettono sul prezzo di mercato di tali beni.

Essi, di conseguenza, hanno un prezzo inferiore al loro reale costo produttivo in quanto il “surplus” di costo o non è quantificabile in termini monetari (p.e. l’inquinamento ambientale dovuto alla produzione di carne), oppure viene pagato da altri (p.e. nel caso della carne questo surplus viene pagato dalla natura e dai governi con i soldi nelle nostre tasse).

La produzione e il consumo della carne è un esempio lampante di come le esternalità possano rendere del tutto inaccettabile una certa attività produttiva apparentemente redditizia. Infatti se il prezzo della carne riflettesse i costi ambientali dalla sua produzione e i costi per la salute pubblica del suo consumo, esso sarebbe così elevato che la carne diventerebbe un cibo praticamente irraggiungibile per la quasi totalità delle persone.

Per rendersene conto sono sufficienti alcuni dati:

· In Italia vengono prodotti annualmente circa cento milioni di quintali di deiezioni animali (4).

· La produzione di un solo hamburger consumato dall’americano medio ha comportato il disboscamento di 5 metri quadrati di foresta del centro America (5).

· A partire dal 1960 oltre un quarto delle foreste del centro America sono state spazzate via per ottenere spazio per gli allevamenti (6).

· Per ottenere un Kg di farina è necessario utilizzare circa 22 g di petrolio, per produrre un Kg di carne è necessario impiegare 193 g di petrolio: quasi 9 volte tanto. (7)

· Secondo uno studio apparso sulla rivista Preventive Medicine il costo in termini di prestazioni mediche del consumo di carne per gli americani è tra i 28,6 e i 61,4 miliardi di dollari annui, considerando solo le patologie rispetto alle quali esista un certo rapporto tra la loro incidenza e il consumo di carne (8). Secondo un altro studio che prende in considerazione anche altre patologie, tale costo è stimabile in quasi 300 miliardi di dollari annui (9).


La ragione per la quale un hamburger di manzo costa meno di un hamburger di soia è che i costi di produzione dell’hamburger di manzo sono in gran parte coperti dalle sovvenzioni dei governi agli allevatori, mentre i costi ambientali vengono scaricati sulle spalle degli ecosistemi naturali e i costi sanitari sono pagati indirettamente dai cittadini come compenso per le prestazioni mediche (e si noti che le principali cause di mortalità e morbilità nei paesi industrializzati sono direttamente correlate con il consumo di carne).

Il problema è far si che la gente si renda conto che il prezzo della carne esposto sul cartellino riflette solo una parte del suo reale costo che sarebbe spaventosamente alto. Ben difficilmente ci si riuscirà fino a quando l’informazione di massa verrà pesantemente condizionata dai colossali interessi commerciali che la globalizzazione dei mercati e la conseguente “economizzazione” e “monetarizzazione” della società civile favoriscono.


(1) Cfr p.e. “Ecologia ed alimentazione vegetariana”, L’idea vegetariana n.114, 1998, pag. 12-16.
(2) Ecologia per l’agricoltura, Fabio Caporali, 1991, Utet Ed.
(3) Cfr. p.e. G. Tamino, “Un futuro di manipolazioni genetiche?”, supplemento a L’idea vegetariana N.120, dicembre 1999, pagg. 4-6.
(4) Roberto Marchesini, Oltre il muro: la vera storia di mucca pazza, Muzzio Ed.
(5) A. B. Durning, “Fat of the Land”, World Watch magazine, vol.4 n.3, 1991, Pag 11-17.
(6) Catherine Caulfield, "A Reporter at Large: The Rain Forests," New Yorker, gennaio 1985, pag.79.
(7) Le secteur agro-alimentaire face au probleme de l'energie, OCSE, Parigi 1982. Op. cit. in: J. Andrè, Sette miliardi di vegetariani, Giannone Ed.
(8) Neal D. Barnard, Andrew Nicholson, Jo Lil Howard, Preventive Medicine; v.24, 1995, pag.646-655.
(9) “The American Diet”, USDA ERS, Agriculture Information Bulletin n.711, febbraio 1995.

Articolo pubblicato sul supplemento a L’idea vegetariana N.121, 1° trimestre 2000

Si ringrazia Marco Lorenzi per l'articolo pubblicato su questo sito.




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