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Una prospettiva spirituale sull'empatia

Empatia, questa latitante troppo spesso misconosciuta.


di Emanuela Barbero

Scegliere di non mangiare carne è un atto di compassione che abbraccia la vita a discapito della cultura della morte in cui viviamo abitualmente.

Siamo soliti rapportarci col resto del mondo in termini di sensazioni soggettive: ciò che reca piacere o dolore a ME.

Pertanto sullo stesso principio ci chiediamo: non mangiare carne MI fa star bene o male? Come MI fa sentire?

Qualora ne ricaviamo benefici di qualche tipo (spirituali, di salute, di autoconsiderazione oppure di apprezzamento da parte di terzi) siamo maggiormente disposti a non mangiarla, quando invece la sperimentiamo come una rinuncia anziché una scelta, allora non vogliamo privarcene.

In entrambi i casi è pur sempre il nostro ego (= tornaconto personale) a guidare il gioco.

Difficilmente ci chiediamo empaticamente: come si è sentito l'essere che noi mangiamo? Cos'ha provato?
Come è stato trattato prima di diventare il MIO cibo?
Cosa ha dovuto subire, quali emozioni ha vissuto, quali patimenti, sofferenze, privazioni, inenarrabili violenze?
E' davvero nato unicamente per diventare soltanto cibo?
Non aveva forse anch'egli/ella il nostro stesso diritto alla vita, ad una vita dignitosa ed etologicamente in sintonia con le sue esigenze naturali e non invece l'obbligo di conformarsi interamente alle nostre necessità economiche e gastronomiche?
Non era anch'egli/ella una creatura vivente di sangue e di carne, capace di provare paura e sgomento, affetto e gioia e con l'innata tendenza a prendersi amorevole cura dei propri piccoli?
Un essere che si è invece trovato terrorizzato e solo di fronte alla violenza della lama che ne ha straziato le carni?
Cosa ha provato mentre esalava il suo ultimo respiro?
Come ha vissuto la propria breve vita prima di diventare cibo?
Quali sentimenti e sensazioni ha sperimentato nel corso della propria misera esistenza?
(oggettivamente una non-vita da lager più che una vita degna d'essere definita tale)

E su un piano più ampio: quale e quanto karma creiamo alimentando così tanta violenza e sofferenza con le nostre abitudini e scelte di vita? Di che tipologia sono i semi che piantiamo e di cui ci nutriamo, fisicamente, psicologicamente e spiritualmente, mangiando angoscia, paura e sofferenza? Quali energie alimentiamo e manteniamo in circolazione attraverso l'alienazione e la violenza degli allevamenti intensivi e l'orrore dei macelli?
Sono essi la più alta espressione della reale profondità e ampiezza della nostra compassione?

Davvero non sappiamo fare di meglio?
Oppure semplicemente non "vogliamo" fare di meglio e opponiamo quindi resistenza ad ogni possibile cambiamento verso un mondo meno violento e più armonioso?

Ci autocompiaciamo spesso di noi stessi dichiarandoci sensibili, nonviolenti, consapevoli.

L'empatia, così come la vera compassione, non si autocompiace: semplicemente cerca di evitare (o almeno ridurre) la sofferenza ogni qualvolta possibile, con OGNI gesto quotidiano, attraverso OGNI singola scelta. Non mangiare carne è un atto concreto, vero, sincero e solidale in questa direzione. Un atto di profonda e partecipe compassione verso chi sappiamo con certezza che è in grado di soffrire e di percepire il dolore attraverso i propri sensi, cioè gli animali.

La sofferenza dell'altro, qualsiasi forma esso abbia, con ali o senza, con gambe o zampe o artigli o coda o becco o squame, ebbene, la sua sofferenza è la MIA sofferenza.

Quando separo il MIO piacere dalla SUA sofferenza, separo la vita dalla vita.

Separo il MIO effimero piacere di mangiarlo dalla SUA profonda sofferenza di MORTE per il futile scopo di soddisfare le MIE papille gustative, assegnando al MIO piacere voluttuario una priorità maggiore e un valore più elevato rispetto alla definitiva perdita della SUA insostituibile e preziosissima vita (vita per lui/lei preziosa almeno quanto per noi umani lo è la nostra).

Quando ciò accade, abbiamo bisogno di nutrire la mente con convinzioni di diverso tipo.

Ci piace pensare di essere "costretti" a compiere il male, ci convinciamo in innumerevoli modi di non poterne fare a meno. Ci autogiustifichiamo che uccidere (ad esempio per mangiare oppure in guerra) sia cosa buona giusta, ma questo - ovviamente - solo quando NON siamo noi le vittime, nel quel caso diventa invece una palese ingiustizia. L'autoinganno è sempre in agguato.

Quando scatta questo meccanismo mentale la compassione diventa un optional, per di più scomodo e ingombrante. Un optional che ci indirizzerebbe verso scelte che non vogliamo fare. Per questo diventa molto più comodo nelle nostre arzigolate razionalizzazioni mentali equiparare la sofferenza degli animali a quella dei vegetali così da continuare tranquillamente a mangiare entrambi.

Con incredibile arroganza abbiamo gerarchizzato la vita (minerale, vegetale, animale, con tutte le classificazioni intermedie), autoproclamandoci la specie al vertice della vita, la specie superiore a tutte le altre (questo proclama autoreferenziale non vi ricorda qualcosa?).
Allo stesso tempo, per motivi di comodo, appiattiamo questa piramide gerarchica equiparando la sofferenza degli animali a quella dei vegetali: un artificio mentale davvero notevole!

Eppure gli animali sono dotati, così come lo sono gli esseri umani, di un sistema nervoso centrale e di nervi sensitivi muniti di recettori del dolore; inoltre essi sono parte del regno animale, così come lo sono gli umani. Ne consegue che cibarsi di animali è molto più prossimo al cannibalismo di quanto non lo sia cibarsi di vegetali.

Malgrado ciò a molti umani piace credere, convincendosene spesso profondamente, che non ci sia differenza tra il cibarsi di animali anziché di vegetali. Una credenza davvero curiosa.

Per di più una credenza senza fondamenti scientifici, siccome la fisiologia e tutto il sistema biologico tra animali e vegetali differisce enormemente e solo i primi, sino a prova contraria, sono classificati come "esseri senzienti", cioè pienamente in grado di "sentire" il dolore e il piacere.
Certo non si può escludere completamente che anche le piante e le verdure soffrano in qualche misura, ma sicuramente non soffrono allo stesso modo di un animale. Il loro livello evolutivo in termini di capacità sensoriali è molto diverso.
Inoltre per le anime così sensibili anche verso la sofferenza delle piante vi è sempre l'opzione etica del fruttarismo (che esclude pure l'uccisione delle piante).

Se il nostro obiettivo è quello di ridurre il più possibile la violenza che esercitiamo con la nostra vita, allora non mangiare carne va sicuramente in questa direzione. In un cammino spirituale questa non è e non può essere una scelta irrilevante.

Possiamo anche scegliere di continuare a mangiare carne (cioè animali), ma è intellettualmente poco onesto giustificare questa consuetudine come inevitabile, dato che ciò è invece evitabilissimo. Mangiare carne o meno, per noi opulenti occidentali, qui e ora, in questo tempo e in questo contesto sociale, è una questione di scelta e NON di necessità. Questo è un dato di fatto supportato dall'evidenza di milioni di persone che hanno scelto, per l'appunto, di optare per uno stile di vita vegetariano. Perché dunque continuare a giustificare e a supportare un'alimentazione più violenta quando se ne può benissimo fare a meno scegliendone una più pacifica e a un gradino più basso della catena alimentare, con tutti i vantaggi del caso? A che pro?

Per concludere riporto una fulminante citazione del filosofo Theodor Wiesengrund Adorno, citazione tratta dal libro "Un'eterna Treblinka, il massacro degli animali e l'olocausto" di Charles Patterson. Una lettura caldamente consigliata soprattutto a chi è convinto che la vita sia suddivisa in gerarchie di esseri viventi superiori e inferiori, in animali col diritto di esercitare la violenza e altri con il dovere di subirla.

Ecco la citazione:

Auschwitz inizia quando si guarda a un mattatoio e si pensa:
sono soltanto animali."


Un invito ad una approfondita meditazione al di là e al di sopra di tutte le gerarchie e i razzismi, i sessismi, gli specismi e gli altri "ismi" di cui è intrisa la nostra cultura e di cui si nutrono le nostre credenze.


Per approfondimenti riguardo alimentazione e consumi:
www.saicosamangi.info
www.consumoconsapevole.org





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