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Dossier Agricoltura Biologica


IL BIOLOGICO E' UNA TRUFFA?
Un modo sicuro di alimentarsi naturalmente oppure
una grossa truffa ai danni dei più ingenui?

17-12-2000 - Fonte: Report.rai.it

Agricoltura biologica, questa sconosciuta.
Perfino i consumatori di biologico conoscono poco le regole del settore e il fatto è abbastanza sorprendente se si pensa che il sistema alimentare biologico è l'unico controllato garantito e che si può definire "sicuro". Infatti tutta la filiera (dal seme al piatto) è certificata da uno dei nove enti di certificazione italiani o da tutti gli europei che per il principio della reciprocità valgono anche in Italia (anche alcuni non europei sono accettati automaticamente dalla UE).
Per esempio un alimento con più ingredienti (come un biscotto) ha una certificazione per ogni ingrediente e quando non si usa un ingrediente biologico si deve specificare (la normativa consente di definire biologico un prodotto con almeno il 95 per cento di ingredienti, nel caso in cui la percentuale di ingredienti biologici sia al di sotto del 95 per cento va specificata in etichetta la percentuale esatta).
E' chiaro che l'etichetta "biologica" è trasparente ma soprattutto consente la "rintracciabilità", ovvero di risalire all'origine di tutta la filiera. Questo è di fondamentale importanza.
Per capire l'importanza della "rintracciabilità" prendo ad esempio la carne convenzionale, sotto accusa in questo periodo, dove è difficile risalire a tutti i passaggi (allevamento dove il capo nasce, dove cresce, dove ingrassa, dove viene macellato e non è per nulla possibile risalire al mangime con il quale è stato alimentato). Nel sistema biologico tutti i passaggi sono certificati, inclusi gli alimenti e garantiti da un certificatore diverso che si prende le responsabilità della certificazione.
Poiché il sistema alimentare "modello" è quello biologico, per trasparenza e sicurezza, ci siamo chiesti perché la maggior parte delle persone ignori tutto ciò. La risposta è: mancanza di informazione. Eppure, nonostante l'assenza di informazione, è in atto una rivoluzione nel mondo dei consumi che vede un aumento esponenziale del numero di consumatori che acquistano biologico (l'uno per cento in Italia, ma perché si tiene conto della media nazionale penalizzata dalla quasi totale assenza di consumi al Sud). Un direttore di un supermercato del naturale ha dichiarato che dopo lo scandalo dei polli alla diossina gli introiti sono aumentati del 20 cento. L'alimentazione biologica cresce sull'onda dell'emotività e non per una reale conoscenza del metodo di coltura. E questo permette una serie di speculazioni.

ATTENZIONE ALL'ETICHETTA E ALLA DISINFORMAZIONE
Le parole "naturale", "ecologico" sono tra le più abusate in pubblicità e sulle etichette. Questo penalizza il settore "veramente" biologico e consente una serie di speculazioni a danno di chi non riesce a districarsi nella giungla del "naturale". Naturale non vuole dire niente, ecologica neppure. Quasi tutte le grandi distribuzioni vendono prodotti che evocano una agricoltura "naturale", ma non sono certificate e neppure biologiche quindi non si spiega perché devono costare di più. La Novartis (multinazionale della chimica e della biotecnologia) ha creato una linea biologica (ma non sempre), La Céreal. Tra alcuni prodotti alcuni sono certificati secondo la legge come biologici, altri riportano sulla scatola la scritta "cereali non trattati" (definizione alquanto ingannevole ma che non vuole dire nulla), ma se si telefona al numero verde disposto dalla Novartis al servizio dei consumatori viene dichiarato che sono biologici, ma è un falso poiché non vi è nessuna conferma o certificazione che provi che ciò sia vero.
E' un diritto della Novartis avere una linea biologica ma non è un suo diritto confondere le idee sull'unico sistema alimentare che bandisce la chimica e gli organismi geneticamente modificati.
C'è da fare attenzione anche ad alcuni prodotti in commercio che riportano in etichetta la scritta "bio" (un nota marca di yogurt francese, un parmigiano, un sale, per esempio).
L'Unione Europea ha deciso di recente che i prodotti che riportano in etichetta la parola "bio" senza esserlo possono continuare a farlo fino al 2006 se hanno depositato il marchio prima del 1991 (devono farlo subito se hanno depositato il marchio dopo il 1991, anno dell'entrata in vigore del regolamento CEE sull'agricoltura biologica), in alternativa dovranno diventare davvero biologici.
Inoltre vanno fatte alcune precisazioni: lotta integrata è un sistema che non elimina i pesticidi ma li riduce cercando di adottare un metodo che si pone a metà strada tra la lotta biologica e quella chimica.
L'alimentazione biologica è soltanto una, quella certificata, e ha una etichetta trasparente che deve riportare le seguenti scritte: "da agricoltura biologica", "regime di controllo CEE", il codice dell'azienda produttrice, varie autorizzazioni ministeriali e il marchio dell'ente di certificazione (per esempio BIOS, CODEX, AIAB, ECOCERT Italia, QC&I, IMC (Istituto Mediterraneo di Certificazione), Suolo e Salute, CCPB (Consorzio per il Controllo dei Prodotti Biologici), Bioagricert, inoltre per la sola provincia autonoma di Bolzano è stato riconosciuto l'ente di certificazione BIOZERT (che è tedesco). Una delle ennesime concessioni antinazionaliste concesse all'Alto Adige dallo Stato italiano (in questo caso dal Ministero delle Politiche Agricole).
Queste informazioni fondamentali dovrebbero essere conosciute da tutti. Non è così e c'è una ragione: non sono mai stati stanziati soldi dal nostro governo per promuovere un'informazione adeguata. Sono stati stanziati invece dall'Unione Europea che ha promosso nel 1999 un "Decalogo per la sicurezza alimentare" costato più di un miliardo. Soldi buttati visto che la sua pubblicazione ha sollevato un vespaio di polemiche a causa di una imprecisione nella definizione del biologico, si scriveva infatti che nel metodo biologico "l'impiego di concimi chimici e di antiparassitari è stato ridotto all'essenziale". E' una definizione falsa che può andare bene per la lotta integrata. Inoltre vengono inseriti nello stesso capitolo il biologico e il geneticamente modificato, chissà perché, visto che nel biologico è vietato categoricamente l'OGM.
Responsabili di questa disinformazione sono in tanti: primo tra tutti l'Unione Nazionale Consumatori che coordinava il progetto, poi numerose associazioni di consumatori, Legambiente, una lunga serie di gruppi di produttori, distributori (tra cui la Coop, che ha distribuito il decalogo), perfino la McDonald's e il tutto è stato fatto sotto il patrocinio del Ministero della Sanità e delle Politiche Agricole. Assenti a quel tavolo erano gli operatori del settore del biologico.
Come spiegarsi tutto questo? Forte è il sospetto che il sistema alimentare dominante stia tentando una sorta di boicottaggio e depistaggio per confondere le idee ai consumatori.

BIOLOGICO E BIODINAMICO
Nell'attesa che le autorità informino adeguatamente i consumatori cerchiamo di capire cos'è il metodo biologico usato in agricoltura.
Prima di tutto la chimica viene bandita categoricamente.
Oggi è possibile trovare concimi e insetticidi naturali già preparati dall'industria.
Per concimare si usa il letame o preparati a base di leguminose, ricche di azoto.
Per combattere i parassiti e gli insetti dannosi si usa anche la lotta biologica che inserisce gli insetti utili che si nutrono dei parassiti delle piante o le trappole ai ferormoni che attirano i maschi di alcune specie di insetti dannosi alle piante.
In questi ultimi anni l'agroecologica ha messo a punto sistemi scientifici di difesa naturali migliorando il sistema agricolo usato per millenni dall'uomo (prima che arrivasse la chimica, soltanto 50 anni fa).
Comunque sono ancora molto in uso antiparassitari e antifungicidi tradizionali come il solfato di rame, che essendo un metallo viene ammesso nel metodo biologico.
Mentre sui terreni convenzionali si usano i pesticidi per togliere le erbacce, nell' agricoltura biologica il diserbo è a macchina o a mano.
Anche nel biologico si possono ottenere frutta e verdura di serra, al posto degli ormoni sintetici si utilizzano impollinatori naturali come i bombi (simili ai calabroni).
Nel metodo biologico non sono ammessi i conservanti chimici per mantenere a lungo la frutta ma esclusivamente la conservazione con il freddo.
Tutti questi sistemi alternativi alla chimica aumentano i costi, la mano d'opera e la perdita del prodotto e giustificano in parte i prezzi più alti rispetto ai prodotti convenzionali.

BIODINAMICA
Guardando bene le etichette si può notare che il biologico non è l'unico metodo che bandisce la chimica, esiste infatti la biodinamica che si distingue sul mercato grazie al il marchio Demeter.
La biodinamica usa la lotta biologica ma ha come obiettivo principale quello di rendere la terra più ricca di vita, per fare questo si utilizzano preparati naturali da unire al terreno al momento dell'irrorazione, della semina e da unire ai concimi che si ottengono dal compostaggio del letame.
L'agricoltura biodinamica deriva da una teoria filosofica (antroposofia) elaborata negli anni '20 dal filosofo austriaco Rudolf Steiner. E' un metodo che rispecchia il principio dell'armonia della terra con le forze della natura. Ogni trattamento infatti, dalla semina alla concimazione, rispetta il calendario lunare, i ritmi cosmici.
Spesso i biodinamici vengono considerati "stregoni" per questo pedissequo rispetto dei ritmi cosmici. E in molti sorge il dubbio che questo sistema sia in armonia con la natura ma non abbastanza produttivo. Le prove che la biodinamica sia anche produttiva sono sempre più numerose. Noi abbiamo trovato un'azienda nel Lazio, dove si trova Agrilatina, che produce frutta e verdura che arrivano sulle tavole di tutta Europa.
Ma i prodotti biologici sono anche i trasformati: burro, biscotti, pane, marmellate... La grande differenza tra questi prodotti e quelli comuni (oltre all'origine biologica degli ingredienti) sono i processi industriali diversi che tendono a non alterare le proprietà organolettiche dell'alimento.
Inoltre viene ridotta all'essenziale la lista degli additivi, quella degli aromi, che devono essere naturali, e quella dei conservanti (sono ammessi, incredibilmente, i nitrati nei salumi in deroga al regolamento, ma molti produttori non ne fanno uso).
I grassi industriali devono avere una chiara origine e non sono ammessi quelli dalla definizione poco chiara che si trovano nei prodotti convenzionali.
Per saperne di più sull'agricoltura biodinamica e la filosofia alla quale si ispira: www.rudolfsteiner.it

LA GARANZIA BIOLOGICA E GLI ENTI DI CERTIFICAZIONE
Per definirsi produttori biologici o biodinamici bisogna seguire un regolamento ben preciso e sottoporsi al controllo da parte di uno dei nove enti di certificazione autorizzati dal Ministero delle Politiche Agricole.
Il controllo viene fatto da ispettori regionali. Gli enti di controllo devono fare rispettare la legge che regolamenta il metodo biologico in agricoltura (che è del 1991) e quello nell'allevamento (che è dell'agosto 2000). Gli enti possono anche essere più restrittivi del regolamento rifacendosi a norme private di organismi internazionali o a proprie regole. In altre parole ci sono enti più severi di altri.
Il punto debole del sistema sta nel fatto che a pagare gli enti di certificazione siano le aziende. Il controllato paga il controllore con una quota annuale e con una percentuale sulle vendite. E' così in tutta Europa, ad esclusione di un paio di nazioni.
La severità di un ente si vede per esempio quando deve accettare la richiesta di conversione di un produttore, ovvero quando un'azienda convenzionale decide di abbandonare la chimica. Per poter essere ammesso deve sottostare a determinate regole tra le quali produrre esclusivamente biologico, limitare al massimo le fonti di contaminazione esterna e quindi attivarsi per esempio inserendo siepi tra il proprio appezzamento e quello del vicino che usa la chimica, oppure usare depuratori per l'acqua. La fase di conversione dura dai due ai tre anni per coltivazioni in terra e molto meno per quelle in serra. Durante questo periodo non è possibile vendere i propri prodotti come biologici.
L'ente di certificazione può anticipare la fase di conversione ma soltanto a determinate condizioni e solo se l'azienda dimostra che da tempo usa la lotta biologica.
Il dubbio è che ci siano troppe conversioni miracolose, dato il momento storico che stiamo vivendo, di grande esplosione del mercato del biologico (negli ultimi cinque anni le aziende italiane biologiche sono passate da quattromila a quarantamila).
La serietà di un ente si vede anche durante le ispezioni annuali, che vengono fatte soprattutto sulle carte e sui terreni.
Gli ispettori devono essere sufficientemente esperti (e onesti) nell'individuare eventuali irregolarità (come l'uso di pesticidi).
Nel caso di sospetti di avvenute irregolarità l'ente può procedere con una analisi chimica del terreno o del prodotto.
Un solo ente di certificazione (BIOS) prevede un'analisi annuale obbligatoria per ogni azienda.
Il controllo viene fatto soprattutto sulle fatture che devono dimostrare l'acquisto di concimi e prodotti per la lotta biologica, oppure di mangimi biologici, o, per chi trasforma, sugli acquisti degli ingredienti base biologici.
Qualsiasi decisione presa in merito alle aziende (valutazione delle richieste di conversione, ammissioni, abbandoni, sanzioni, sospensioni, espulsioni) vengono prese da commissioni interne agli enti composte anche da rappresentanti dei consumatori e vanno poi segnalate agli uffici degli assessorati agricoltura delle Regioni delegate alle ispezioni e al controllo degli enti (relativamente alle aziende della regione di appartenenza) e al Ministero delle Politiche Agricole che si occupa di supervisionare il sistema che, come abbiamo detto, è pagato dai controllati.
Purtroppo il sistema di vigilanza delle varie Regioni funziona a macchia di leopardo (inoltre gli operatori regionali sono stati addestrati soltanto un anno fa con un corso del Ministero delle Politiche Agricole).
Lo stesso Ministero delle Politiche Agricole dovrebbe vigilare ma ha poco personale ispettivo a disposizione. Lo stesso dipartimento che si occupa di biologico arruola un pugno di funzionari.
Gli enti hanno per anni lavorato in quasi totale autonomia e anarchia, soprattutto nel campo dell'allevamento biologico, mai incentivato dai nostri politici che, a differenza di altri colleghi europei, hanno atteso il tardivo regolamento comunitario (giunto nel 1999). Il vuoto legislativo che ha frenato lo sviluppo del settore ha dichiaratamente privilegiato il sistema produttivo intensivo, quello basato su mangimi industriali (anche a base di farine di carne), sul sistema crudele e innaturale degli spazi angusti per gli animali trattati come macchine e non come essere viventi, ingrassati a ritmo continuo e sostenuti da considerevoli dosi di farmaci (che finiscono nel piatto).
Il sistema alimentare dominante è stato evidentemente l'unico possibile per i nostri ministri (ad esclusione di De Castro e Pecoraro Scanio, gli unici che hanno invertito la rotta).
(Elenco Enti di Certificazione Biologica)

BIOLOGICO, MA QUANTO MI COSTI!
L'aspetto più evidente rispetto ai prodotti coltivati secondo il metodo convenzionale (uso della chimica) è nel prezzo. Di fatto il prezzo più alto dei prodotti biologici è motivato proprio dal tipo non intensivo di coltivazione, da una esigenza maggiore di mano d'opera e da un maggiore scarto di prodotto (poiché è severamente vietato l'uso di conservanti chimici). Ma la ragione del prezzo alto che più pesa sta nel circuito distributivo, che è nelle mani di pochi che possono permettersi di governare il sistema dei prezzi.
Sono i distributori, infatti, che determinano i prezzi d'acquisto ai fornitori e agli acquirenti. E c'è ancora molta arbitrarietà nel determinare i prezzi, che spesso non rispecchiano il reale costo ma (per esempio) la difficoltà ad andarlo a recuperare.
Questo potere nelle mani di pochi distributori che fino ad oggi ha giocato sulla esclusività del prodotto verrebbe meno se i prodotti biologici fossero diffusi capillarmente. Infatti i costi aumentano per i distributori quando con un carico devono girare per una provincia (o per una regione o per l'Italia) e scaricare più volte.
Guardando l'evoluzione del mercato del biologico in altri Paesi europei dove è più diffuso (Olanda, Germania, Austria) i prezzi sono notevolmente più bassi.
Adesso anche la grande distribuzione italiana ha creato una linea biologica (primi tra tutti Esselunga, seguita da Coop) i costi della distribuzione si allineano su parametri standard. Noi abbiamo fatto una spesa parallela in una di queste catene distributive acquistando prodotti alimentari fondamentali alla dieta (latte, pane, uova, pasta, eccetera) biologici da una parte e convenzionali (di marca) dall'altra e abbiamo speso il 15 per cento in più per la spesa biologica.
Se non avessimo acquistato prodotti di marca il divario sarebbe stato maggiore, ma questo spiega anche i costi della pubblicità che nel biologico (per ora) ancora non ci sono, fatta esclusione per poche realtà note (che infatti costano molto di più rispetto a prodotti biologici equivalenti). Esistono ancora molti prodotti che costano anche il doppio rispetto ad altri convenzionali, per esempio la frutta esotica, ma a ben guardare ci sono valide ragioni come situazioni di sfruttamento sia di personale impiegato che della terra, situazioni che nel biologico non vengono attivate (per esempio le banane biologiche sono prodotte da cooperative e non da multinazionali che riescono ad abbassare i costi sfruttando i lavoratori e impiegando molti pesticidi e conservanti dannosi per la salute sia di consuma che di chi maneggia certe sostanze durante le fasi di lavorazione).

IL PREZZO DELLE DEROGHE (E DELLE DIFFERENZE)
Si dice che il prezzo giusto del prodotto biologico non dovrebbe superare il 30 per cento del prezzo di un equivalente non biologico. Ma non è sempre un indice esatto, poiché all'interno dello stesso prodotto biologico ci sono differenze di metodo.
Esistono molti produttori biologici "puri", che utilizzano mangimi biologici al 100 per cento e rispettano al massimo l'animale concedendogli spazi di movimento notevoli, anche il pascolo, ma va detto che il nuovo regolamento comunitario recepito in agosto dall'Italia e da molti altri Paesi europei concede molte deroghe, per esempio spazi ristretti e perfino la catena ai bovini purché si inizi la conversione dimostrando di avere iniziato l'adeguamento degli spazi. Tutto questo per incentivare la conversione.
Ma dieci anni sembrano troppi (il ministro delle politiche agricole Pecoraro Scanio ha posto il limite a due anni, ma le associazioni del mondo del biologico sono insorte, quindi vedremo chi la spunta dopo la postilla che si farà alla legge proprio in seguito alle reazioni del mondo produttivo).
Noi speriamo che da una parte si pensi a incentivare il mercato pur senza penalizzare chi produce biologico puro e soprattutto i consumatori che non possono capire le differenze dall'etichetta. Lo stesso vale per la deroga sui mangimi che possono contenere anche il 15 per cento di ingredienti non biologici (soprattutto la soia, monopolizzata dal mercato del transgenico).
Per informazione va detto che chi adotta il metodo biodinamico non si appella a questa deroga sul mangime. E' l'unica indicazione che posso dare a chi acquista, ma auspichiamo che i produttori scrivano sull'etichetta più indicazioni possibili per orientarci nell'acquisto e farci capire per esempio cosa c'è dietro la produzione del latte, delle uova, della carne.
Noi abbiamo fatto un parallelismo tra un allevatore avicolo che produce uova secondo il metodo biologico in provincia di Treviso e un altro che adotta il metodo biodinamico in provincia di Civitavecchia. Notevoli sono le differenze, eccole: il primo ha il pascolo obbligatorio per legge (4 m2 per gallina) ma nel capannone stipa diecimila galline (neanche libere di uscire quando vogliono visto che viene lasciato libero l'accesso al pascolo soltanto se non piove perché la produzione di uova diminuisce se le galline si bagnano le zampe); l'altro lascia le galline libere di entrare e uscire dalle casette che condividono con poche "colleghe", permettendo così lo strutturarsi della loro vita sociale naturale; inoltre lo spazio di movimento è notevole (19 m2 per gallina). Visto che "gallina vecchia fa buon brodo" ma poche uova l'allevatore di Treviso uccide le galline dopo il secondo anno di produzione, l'allevatore di Civitavecchia invece le fa vivere fino a tre anni, sebbene la produzione di uova cali considerevolmente dal secondo anno in poi (negli allevamenti convenzionali, oltre ad essere in gabbie o allevate a terra ma in spazi molto ristretti, le galline vivono un anno).
Per avere i dati aggiornati sul mondo del biologico, un elenco delle aziende produttrici, dei supermercati e dei mercatini e altri riferimenti pratici: www.biobank.it
Per sapere come funziona il sistema di certificazione basta navigare in un sito di un ente: www.bioagriccop.it, www.aiab.it, www.ccpb.it

OLTRE IL BIOLOGICO
Sul prezzo dei prodotti incide anche il costo della certificazione che il produttore deve sostenere e che alla fine paga il consumatore. E' assurdo che chi sostiene l'unico sistema alimentare sicuro debba pagare per garantire che i veleni stiano alla larga.
Infatti il sistema del biologico è l'unico al momento che garantisce un controllo dal seme al piatto. E' il modello della sicurezza alimentare. Ma è una lampante contraddizione che questo modello non venga adottato dal sistema produttivo dominante, quello che porta con sé i veleni, e i grandi numeri, quello del consumo spinto della chimica e dell'allevamento intensivo, quello che sempre più spesso sfugge al controllo, come provano il caso dei polli alla diossina e della mucca pazza.
Andiamo per ordine: i pesticidi, i fitofarmaci, i concimi, i diserbanti chimici. Siamo il paese europeo che ne usa di più, subito dopo l'Olanda. Sono passati dieci anni dal referendum che voleva una legge che ne limitasse l'uso. In occasione di quel referendum, che non passò soltanto perché non si raggiunse il quorum, ben 18milioni di italiani votarono "no" ai pesticidi nel piatto. Una chiara richiesta di regolamentare l'uso dei veleni.
Ripetiamo: 18 milioni di italiani che per i nostri governanti evidentemente valgono meno delle lobbies della chimica e degli interessi degli agricoltori, enorme serbatoio di voti.
E allora via libera ai signori della chimica, con uno Stato che per non mettere i bastoni tra le ruote consente la compravendita di veleni come se fossero caramelle. Da anni si chiede un controllo reale, una ricetta per chi acquista. Non esiste.
Esiste un patentino che gli agricoltori devono procurarsi per comprare i pesticidi considerati più tossici. Ma chi vigila sull'uso corretto dei pesticidi?
I controlli vengono fatti a campione dalle ASL. L'1,6 per cento di campioni prelevati è fuori dai limiti sui residui. Ma ciò non toglie che portiamo in tavola numerosi veleni, come rivela una indagine fatta raccogliendo i dati ufficiali di Veneto, Emilia Romagna, Piemonte, Toscana, Campania e Trentino dall'associazione Verdi Ambiente e Società, secondo la quale quasi la metà della frutta e verdura è contaminato da pesticidi. Dentro i limiti decisi chissà da chi. Limiti che tengono conto delle relazioni con il corpo adulto e mai di quello del bambino.
E questo sistema di controllo, se così si può chiamare, non tiene conto della somma di più pesticidi. Nonostante il mondo della ricerca oncologica da anni ribadisca il concetto che l'associazione tra più sostanze attive può avere potere cancerogeno.
I pesticidi sospettati di essere pericolosi vengono ugualmente usati?
Per capire quanto sicuro sia il sistema alimentare dominante abbiamo preso ad esempio uno dei pesticidi più usati: il mancozeb, un fungicida tra i più diffusi, viene usato su frutta e verdura per prevenire le muffe da circa 40 anni.
Evidentemente il principio di cautela non viene adottato. Le prove sono in una lista nera dove vengono elencati i fitofarmaci più pericolosi, tra cui compare il mancozeb. Da non crederci: secondo l'Unione Europea il mancozeb viene catalogato come possibile teratogeno (ovvero può creare dei danni al feto), per lo IARC (Centro Internazionale di ricerca sul cancro) viene considerato probabile cancerogeno, e secondo la Commissione Consultiva Tossicologica Nazionale del Ministero della Sanità c'è una convincente evidenza di cancerogenicità. Questo mentre un altro ufficio del Ministero della Sanità autorizza il commercio del mancozeb (e purtroppo anche di molti altri principi attivi inclusi nella lista nera).
Non si capisce quale prova serva ai tutori della nostra salute per proibire l'uso di certe sostanze. Il solo sospetto non basta? Perché non cercare le prove allora? Non lo ha fatto il nostro governo (e nessun'altro) ma la Fondazione Europea di Oncologia e Scienze Ambientali B: Ramazzini di Bologna che ha sperimentalmente provato che il mancozeb è un cancerogeno multipotente, in grado di essere cancerogeno per diversi organi.
La ricerca sarà pubblicata su una rivista scientifica nel 2001. Nel frattempo il mancozeb continuerà a riempire la nostra frutta, la nostra terra, le nostre acque. Forse continuerà anche dopo.

Sabrina Giannini
sabrina.giannini@libero.it

Per ulteriori approfondimenti sul biologico in Italia:
http://www.agricolturabiologica.com
http://www.biobank.it



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